La striscia positiva più lunga dal 2023 porta l’S&P 500 da 6.403 a 7.580 punti. Il mercato ha ignorato la guerra, l’inflazione e il pessimismo dei consumatori. La ragione è duplice: la progressiva de-escalation in Iran e una stagione degli utili sull’AI che ha travolto qualsiasi resistenza.
L’S&P 500 ha toccato nove record storici nel solo mese di maggio, nonostante i prezzi della benzina alle stelle, la fiducia dei consumatori in caduta e l’inflazione ai livelli più alti degli ultimi tre anni. È questo il paradosso che definisce meglio di qualsiasi altra statistica i due mesi che Wall Street si è appena lasciata alle spalle: nove settimane consecutive di guadagni, la striscia più lunga dal dicembre 2023, costruite su un terreno macroeconomico complesso.
I numeri sono inequivocabili. L’S&P 500 è passato dai 6.403 punti con cui aveva aperto la settimana del 30 marzo agli 7.580 della chiusura di venerdì, un guadagno del +18,3% accompagnato da sette sessioni consecutive positive nell’ultima settimana. Il Dow Jones ha segnato +12,6%, superando per la prima volta nella storia quota 51.000 punti. Il Nasdaq, con otto settimane verdi su nove, ha messo a segno un +30%, aggiungendo da solo un +8% nel solo mese di maggio.

Da dove si era partiti
Per capire la portata del recupero occorre ricordare il punto di partenza. A circa un mese di distanza dall’inizio della guerra Usa-Iran, Wall Street aveva appena chiuso la quinta settimana consecutiva di perdite, la striscia negativa più lunga in quasi quattro anni. Il Dow era sceso di oltre il 10% dai massimi storici e tutte e tre le borse principali erano in territorio negativo da inizio 2026. Il petrolio viaggiava vicino ai 120 dollari al barile, l’inflazione stava accelerando e la Fed aveva interrotto il ciclo di tagli. Il mercato era diviso tra chi temeva una spirale stagflazionistica e chi scommetteva su una rapida uscita dal conflitto.
E’ stata questa logica a tenere le quotazioni relativamente ancorate anche nei momenti più acuti: gli investitori erano convinti che Trump avrebbe cercato un’uscita prima che il costo economico della guerra diventasse politicamente insostenibile.
Il punto di svolta e i due motori del rally
Il 31 marzo quella scommessa ha iniziato a essere ripagata. I trader hanno innescato un rally euforico dopo che l’agenzia di stampa ufficiale iraniana ha riportato la disponibilità del presidente Pezeshkian a mettere fine alla guerra con gli Stati Uniti: l’S&P 500 è balzato del 2,91%, il Nasdaq del 3,83%. Non era ancora un accordo, ci sarebbero volute altre settimane di diplomazia, un cessate il fuoco formale in aprile e infine un memorandum di intesa di 60 giorni siglato nell’ultima settimana di maggio, ma era abbastanza per rimettere in moto i capitali rimasti ai margini.
Il Brent è sceso fino a 92 dollari al barile nell’ultima sessione di maggio, ancora ben sopra i 70 dollari di fine febbraio ma con una traiettoria che ha trasformato l’energia da freno a propulsore del sentiment.
In parallelo, e con una forza sempre più autonoma, correva il secondo motore. Gli investitori si sono concentrati sul potenziale dell’intelligenza artificiale nel migliorare la produttività e su risultati aziendali del primo trimestre di grande solidità. A guidare il rally non è stato il blocco dei Magnificent Seven nel suo insieme, ma lo strato dell’infrastruttura AI: Nvidia, Alphabet e i produttori di chip come Micron e Broadcom hanno trascinato i listini settimana dopo settimana. Dell Technologies ha rappresentato l’episodio simbolico dell’ultima settimana: utili ampiamente sopra le attese, outlook alzato, domanda di computing AI citata come principale motore della crescita. L’indice dei semiconduttori di Filadelfia ha segnato oltre il 70% di guadagno nel trimestre. L’allargamento del rally ben oltre i big tech, con industriali, retailer e finanziari a partecipare, ha poi confermato che il mercato ha smesso di essere una storia riservata a pochi titoli.

A questi due pilastri si è aggiunto un terzo strato di buone notizie: l’accordo commerciale con il Regno Unito, la tregua temporanea sui dazi con la Cina e il rinvio delle tariffe del 50% sull’Unione Europea fino al 9 luglio hanno contribuito.
La rarità storica e ciò che viene dopo
Dal 1945 una striscia di nove settimane positive si è ripetuta solo una decina di volte. I precedenti più favorevoli suggeriscono rendimenti a doppia cifra nell’anno successivo; il caso più simile al presente resta il dicembre 2023, guidato dal pivot della Fed e dall’AI trade, con un ritorno del 24,58% nei dodici mesi seguenti. Ma la storia porta anche moniti: nell’agosto 1989 il mercato era ai massimi convinto che l’espansione degli anni Ottanta durasse, e nel giro di un anno l’invasione del Kuwait e la recessione ribaltarono tutto.
I rischi del momento presente sono concreti. L’inflazione ad aprile è cresciuta al ritmo più alto in tre anni, la crescita del PIL del primo trimestre è stata rivista al ribasso a un tasso annualizzato dell’1,6% e la Fed ha avvertito che i tassi potrebbero dover restare elevati. I mercati monetari prezzano già circa un 11% di probabilità di un rialzo dei tassi a luglio, rispetto allo 0,9% di un mese fa. Angelo Kourkafas di Edward Jones ha sintetizzato il punto cruciale: «Il rally è stato in larga misura guidato dalla tecnologia e sostenuto da utili resilienti, ma la domanda chiave è se possa essere sostenuto».
Il memorandum con l’Iran scade tra 60 giorni, la tregua sui dazi con l’UE a luglio. Wall Street ha saputo salire ignorando la guerra. Ignorare la scadenza degli accordi che l’hanno fermata sarà più difficile.






