Trentanove anni dopo il referendum che spense le ultime centrali, Montecitorio rimette mano all’atomo. Con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti, la Camera dei Deputati ha approvato in prima lettura il disegno di legge delega sull’energia nucleare sostenibile. Il testo passa ora al Senato: il governo punta a chiudere l’iter parlamentare prima della pausa estiva.
Non si tratta di un ritorno al passato. Il provvedimento, presentato nell’ottobre 2025 su iniziativa del ministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica Gilberto Pichetto Fratin, rompe esplicitamente con la stagione degli impianti degli anni Settanta e Ottanta, condannati alla dismissione definitiva, e punta invece su tecnologie di nuova generazione che, a detta dei sostenitori, cambiano radicalmente il profilo di sicurezza del nucleare civile.
Una delega al governo, non una centrale in costruzione
La legge è anzitutto una “legge delega”: il Parlamento non autorizza alcun cantiere, ma conferisce all’esecutivo il potere di emanare, entro un anno dall’approvazione definitiva, una serie di decreti legislativi che definiranno le regole del gioco. Il governo dovrà disciplinare la produzione e l’utilizzo di energia nucleare sostenibile, la fabbricazione e il riprocessamento del combustibile, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile esaurito, e la ricerca sulla fusione nucleare. I decreti saranno proposti dal ministero dell’Ambiente di concerto con gli altri ministeri competenti.

Pichetto ha promesso di rispettare la scadenza: “L’impegno è chiudere i decreti entro la fine di quest’anno”, ha dichiarato a un evento organizzato dal quotidiano Il Tempo. Secondo il ministro, la macchina tecnologica è già avviata: i nuovi impianti “saranno maturi verso la fine di questo decennio”, le prime autorizzazioni partiranno intorno al 2030 e le prime produzioni di energia elettrica da fonte nucleare sono attese “entro la fine della prima metà degli anni Trenta”.
SMR, AMR e micro-reattori: cosa cambia rispetto al passato
Il cuore tecnologico della riforma sono i cosiddetti Small Modular Reactor (SMR) e Advanced Modular Reactor (AMR), reattori di quarta generazione, modulari e di dimensioni molto inferiori rispetto alle grandi centrali del Novecento. Il testo li descrive come impianti che “offrono livelli elevatissimi di sicurezza intrinseca” e garantiscono tempi di costruzione ridotti e maggiore flessibilità nella produzione energetica. Il ministro Pichetto ha usato una cifra per dare l’idea concreta delle proporzioni: un piccolo reattore da 300 megawatt occupa lo spazio di due o tre campi da calcio; per produrre la stessa quantità di energia con il fotovoltaico ne servirebbero tremila.
Le novità del testo: i Comuni possono candidarsi
Tra le modifiche introdotte in commissione, quella politicamente più rilevante riguarda i territori: i Comuni potranno autocandidarsi a ospitare i futuri impianti nucleari. Si tratta di un cambio di paradigma rispetto alla logica tradizionale dell’imposizione dall’alto, e introduce anche la previsione di misure di compensazione economica per le comunità che sceglieranno di ospitare un sito. La legge fissa inoltre i criteri direttivi che il governo dovrà seguire: massimi standard di sicurezza e protezione della salute, semplificazione dei procedimenti autorizzativi e — punto strategico per l’industria — la promozione attiva della partecipazione delle imprese italiane all’intera filiera tecnologica.
Il quadro politico: maggioranza compatta, opposizioni divise
Il voto ha rispecchiato sostanzialmente l’asse di governo, con una variazione: oltre alla coalizione di maggioranza, hanno votato a favore anche Azione e la componente PLD-Misto, mentre Italia Viva si è astenuta. Il centrosinistra, con PD e Movimento 5 Stelle, ha votato contro. Le opposizioni hanno sollevato una critica di fondo sull’ampiezza della delega: il Parlamento, nel consegnare al governo il potere di scrivere le regole su tecnologie, siti, costi, modello di finanziamento e gestione dei rifiuti, si spoglerebbe di un controllo che dovrebbe restare nelle aule parlamentari.

La legge è stata approvata senza bisogno di porre la questione di fiducia, segnale di una maggioranza che, su questo dossier, non ha registrato turbolenze interne.
La strada verso il Senato e i decreti
Il testo approda ora a Palazzo Madama. Il governo conta sulla finestra pre-estiva per il via libera definitivo, poi inizierà la corsa ai decreti attuativi entro il 31 dicembre 2026. Solo dopo — con il quadro normativo in mano — l’Italia potrà avviare le procedure autorizzative per i primi impianti.
È una storia che si scrive lentamente, a partire da una legge che non accende ancora nulla ma definisce per la prima volta, dopo quasi quattro decenni, le regole con cui l’Italia potrà tornare a sedersi al tavolo del nucleare civile europeo.






