La disoccupazione sale al 4,4%. Tra i licenziamenti legati all’Intelligenza Artificiale, la nuova stangata dei dazi al 15% e la crisi petrolifera in Medio Oriente, l’economia americana rischia la stagflazione.
L’economia statunitense frena bruscamente, tradendo le aspettative di una tenuta a solida. Nel mese di febbraio 2026, contro le previsioni degli analisti che stimavano la creazione di circa 60.000 nuovi impieghi, gli Stati Uniti hanno perso inaspettatamente 92.000 posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione è salito al 4,4%, segnando il terzo mese di contrazione occupazionale negli ultimi cinque e certificando un mercato del lavoro ormai in stallo.
A pesare sui dati mensili sono stati molteplici fattori: i massicci scioperi nel settore sanitario (che hanno bruciato 37.400 posti negli studi medici), le temperature rigide che hanno bloccato i cantieri (-11.000 posti) e i drastici tagli al personale federale voluti dall’amministrazione, che ha eliminato altre 10.000 posizioni.
Il terremoto dell’Intelligenza Artificiale
A questo scenario si aggiunge il panico tecnologico. Nelle scorse settimane, un report speculativo divenuto virale a Wall Street, il cosiddetto “AI Doomsday Report”, ha fatto crollare i titoli del settore software sollevando il timore del “Ghost GDP”: una crescita economica guidata dagli algoritmi che genera profitti aziendali ma non si traduce in posti di lavoro o ricchezza per i consumatori. La paura si è tradotta in realtà quando aziende come Block (creatrice di Square e Cash App), guidata da Jack Dorsey, hanno licenziato in un colpo solo il 40% della propria forza lavoro, giustificando il taglio drastico con la maggiore produttività offerta dai nuovi strumenti di intelligenza artificiale.
Il peso dell’inflazione e dei nuovi dazi
Mentre il mercato del lavoro vacilla, i consumatori subiscono l’urto di un’inflazione che non vuole scendere, trainata dalle recenti mosse protezionistiche. Dopo che la Corte Suprema ha bocciato l’uso dei dazi d’emergenza globali (legge IEEPA), l’amministrazione ha reagito invocando un’oscura clausola, la Sezione 122 del Trade Act del 1974, per imporre una nuova tariffa globale destinata a raggiungere il 15% su tutte le importazioni. Gli economisti stimano che questa tassa occulta costerà alle famiglie americane tra i 600 e gli 800 dollari in più all’anno, drenando i risparmi e frenando i consumi.

L’incognita del Medio Oriente
L’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran ha inoltre infiammato i mercati energetici. Le operazioni militari minacciano il transito nel cruciale Stretto di Hormuz, snodo vitale per il 20% del petrolio mondiale. Il greggio Brent ha già superato i 90 dollari al barile, spingendo al rialzo il costo della benzina. Le banche d’affari avvertono che, in caso di blocco prolungato delle rotte, i prezzi potrebbero schizzare oltre i 100 o persino 150 dollari al barile, iniettando ulteriore inflazione nel sistema economico.
La trappola della Federal Reserve
La Federal Reserve si trova ora in una morsa. Attualmente con i tassi di interesse fermi al 3,50%-3,75%, la banca centrale guidata da Jerome Powell appare paralizzata dai timori stagflattivi. Da un lato, governatori come Stephen Miran chiedono di tagliare i tassi per fermare l’emorragia di posti di lavoro e aiutare i giovani a trovare impiego. Dall’altro, membri “falchi” come Jeffrey Schmid e Alberto Musalem avvertono che abbassare il costo del denaro ora rischierebbe di far de-ancorare definitivamente le aspettative sui prezzi, in un’economia già surriscaldata da dazi doganali e petrolio alle stelle. L’America si trova di fronte al rischio più temuto: la stagflazione.





