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Alphabet, il mese che riscrive la storia: +34% in aprile, nuovo massimo storico e dominio dell’IA

Mag 3, 2026 | Finanza

C’è un numero che, più di ogni altro, racconta cosa è successo ad Alphabet nel mese di aprile 2026: 1.200 miliardi di dollari. È il valore aggiunto alla capitalizzazione di mercato della holding di Google nell’arco di soli ventuno giorni di contrattazione. Per rendere la portata di questo evento in termini concreti, basti pensare che quella cifra è pari a oltre cinquanta volte l’intera valutazione che Google aveva al momento del suo debutto in borsa, nel lontano agosto del 2004. In un mese, Alphabet ha creato più di cinquanta “Google da IPO”. La borsa raramente parla con altrettanta chiarezza.

Il 30 aprile: il giorno del record assoluto

La seduta del 30 aprile ha rappresentato il culmine di questa cavalcata. Le azioni di Classe A (ticker: GOOGL) hanno chiuso a 384,94 dollari, registrando un balzo di circa il 10% in una singola giornata, uno di quei movimenti che, su un titolo a larga capitalizzazione, si contano sulle dita di una mano nell’arco di un’intera carriera da investitore. È il nuovo massimo storico assoluto dalla quotazione in poi, il picco più alto mai toccato in oltre ventidue anni di storia borsistica.

Il viaggio percorso dal titolo in questo lasso di tempo è semplicemente sbalorditivo. All’epoca dell’IPO, nell’agosto 2004, un’azione di Google costava 85 dollari. Tenendo conto dei due grandi frazionamenti azionari ( il 2-per-1 del 2014 e il 20-per-1 del 2022, per un fattore complessivo di 40) il prezzo di IPO rettificato a valori odierni si attesta a circa 2,13 dollari per azione.

Chi avesse investito 1.000 dollari in Google al momento della quotazione si ritroverebbe oggi, dopo i due frazionamenti e al prezzo del 30 aprile 2026, con un capitale di circa 181.000 dollari, un multiplo di oltre 181 volte il capitale iniziale, guidato da un tasso di crescita annuo composto (CAGR) di circa il 27% sostenuto per oltre ventuno anni. Un risultato che trasforma ogni investitore paziente della prima ora in una storia di arricchimento difficile da eguagliare.

La capitalizzazione di mercato di Alphabet attuale è di 4.660 miliardi di dollari, seconda solo a Nvidia (4.820 miliardi) e davanti a Apple, terza con 4.110 miliardi.

Cosa ha innescato questa impennata? La risposta, ha un nome preciso: i risultati del primo trimestre 2026, pubblicati la sera del 29 aprile. Numeri che hanno ribaltato le narrative più pessimiste sul futuro del modello di business di Alphabet.

Ricavi totali a 109,9 miliardi di dollari, con una crescita del +22% su base annua, il ritmo più rapido registrato dall’azienda dal 2022 a oggi. Ma il dato che ha colpito più degli altri riguarda il cuore storico del business: il segmento della ricerca ha generato ricavi per 60,4 miliardi di dollari, in crescita del 19%. Un risultato che smentisce con i fatti la tesi, a lungo dibattuta, secondo cui i nuovi chatbot di intelligenza artificiale, da ChatGPT a Claude, passando per Gemini stesso, avrebbero progressivamente eroso il dominio di Google Search. Al contrario, l’integrazione dell’IA nei risultati di ricerca sta aumentando il coinvolgimento degli utenti, non sostituendolo.

Google Cloud a +63%

Se il segmento Search ha rassicurato, Google Cloud ha stupito. La divisione cloud ha chiuso il trimestre con ricavi pari a 20 miliardi di dollari, segnando un incremento del +63% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente – una crescita che, su numeri assoluti di questa dimensione, è quasi difficile da immaginare. Il portafoglio ordini della divisione ha superato i 467 miliardi di dollari: un dato che fotografa la domanda futura e segnala che la corsa all’infrastruttura per l’intelligenza artificiale è tutt’altro che satura.

Google Cloud non è più una voce secondaria del bilancio. È diventata la seconda gamba strutturale dell’azienda, e forse la più strategica per il prossimo decennio.

Gli investimenti: Alphabet non bada a spese

Per sostenere un’espansione di questa portata, Alphabet ha scelto di premere sull’acceleratore con decisione. Ad aprile, il management ha rivisto al rialzo le stime per le spese in conto capitale (Capex) dell’intero 2026, portandole a una forchetta compresa tra 180 e 190 miliardi di dollari. Una cifra vertiginosa, destinata a finanziare data center di nuova generazione, processori proprietari (i chip Tensor Processing Unit di Google) e un’infrastruttura cloud progettata per essere sempre più sicura e scalabile.

Sul fronte della sicurezza informatica, la recente acquisizione di Wiz, startup israeliana leader nella protezione degli ambienti cloud, per 29,5 miliardi di dollari rappresenta l’operazione più costosa della storia di Alphabet e segnala con chiarezza in quale direzione stia guardando la dirigenza.

Eppure, nonostante questi investimenti colossali, i flussi di cassa dell’azienda rimangono abbondanti abbastanza da consentire una generosa remunerazione degli azionisti. Il consolidato programma di riacquisto di azioni proprie da 70 miliardi di dollari continua a sostenere il titolo in borsa. E ad aprile il consiglio di amministrazione ha approvato un aumento del 5% del dividendo trimestrale, portandolo a 0,22 dollari per azione: un segnale di fiducia nella solidità strutturale del business.

I rischi all’orizzonte

Sarebbe ingenuo dipingere un quadro privo di ombre. Sul fronte competitivo, la corsa all’IA è aperta e i rivali, Microsoft con Copilot, OpenAI, Meta con i suoi modelli open source, non restano fermi. Sul fronte regolatorio, l’Europa continua a rappresentare un terreno di battaglia, con procedimenti antitrust che potrebbero implicare obblighi strutturali significativi. E la stessa accelerazione degli investimenti, se non accompagnata da un’altrettanto rapida crescita dei ricavi cloud, potrebbe pesare sui margini nei trimestri a venire.


Aprile 2026 resterà probabilmente nei libri di finanza come il mese in cui Wall Street ha prezzato davvero in pieno la trasformazione di Alphabet. Da dominatore incontrastato della pubblicità digitale basata sulla ricerca, la holding si è evoluta nel substrato infrastrutturale dell’era dell’intelligenza artificiale: il luogo fisico e logico dove i modelli vengono addestrati, distribuiti e monetizzati su scala globale.

Sotto la guida del CEO Sundar Pichai, l’azienda ha dimostrato di saper fare una cosa rara nel mondo della tecnologia: non farsi distruggere dalla disruption che essa stessa contribuisce ad alimentare, ma cavalcarla. E trasformarla in profitto.

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