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Europa: Trump alza i dazi sulle auto al 25%. Bruxelles avverte: “Pronti a tutelare i nostri interessi”

Mag 2, 2026 | Geo/Politica

Attraverso un annuncio diffuso sul proprio social network Truth, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che, a partire dalla prossima settimana, i dazi doganali sulle automobili e sui veicoli commerciali leggeri provenienti dall’Unione Europea subiranno un drastico innalzamento, passando dal 15% al 25%. Una mossa che rischia di far deragliare definitivamente l’economia europea, già duramente provata dalle ricadute del conflitto in Medio Oriente.

La motivazione ufficiale addotta dalla Casa Bianca risiede in una presunta inadempienza da parte di Bruxelles. Secondo Trump, l’UE non starebbe rispettando i termini del patto commerciale (il cosiddetto “Accordo di Turnberry” siglato nel luglio 2025), che aveva fissato un tetto massimo alle tariffe proprio al 15%. Il Presidente americano ha lanciato un chiaro ultimatum all’industria europea: “Se producono auto e camion in stabilimenti negli Stati Uniti, non ci sarà alcun dazio”, vantando investimenti record in corso sul suolo americano. In un successivo comizio in Florida, ha rincarato la dose accusando esplicitamente le case automobilistiche tedesche di “derubare” i cittadini americani.

La reazione del Vecchio Continente non si è fatta attendere. Un portavoce della Commissione Europea ha respinto categoricamente le accuse, precisando che Bruxelles sta implementando gli impegni presi seguendo le normali procedure legislative comunitarie, tenendo costantemente informata l’amministrazione statunitense. “Se gli Stati Uniti dovessero adottare misure in contrasto con la dichiarazione congiunta, manterremo aperte tutte le opzioni per proteggere gli interessi dell’UE”, ha avvertito il portavoce. Ancora più duro Bernd Lange, presidente della Commissione per il commercio internazionale del Parlamento Europeo, che ha definito l’annuncio “inaccettabile”, accusando gli USA di continuare a infrangere le promesse. L’Unione Europea ha a disposizione strumenti di ritorsione legali e asimmetrici (noti come “Strumento Anti-Coercizione”), che potrebbero colpire duramente beni e servizi americani.

Tuttavia, dietro la facciata della disputa commerciale si cela una profonda frattura geopolitica. L’escalation sui dazi arriva nel momento di massima tensione tra Washington e i suoi alleati storici, a causa della gestione della guerra con l’Iran scoppiata a fine febbraio 2026. Nei giorni scorsi, il Cancelliere tedesco Friedrich Merz aveva criticato aspramente l’operato americano, affermando che gli Stati Uniti si stanno facendo “umiliare” dall’abilità negoziale di Teheran e accusando Washington di non avere una strategia d’uscita. La ritorsione di Trump è stata immediata e duplice: ha intimato a Merz di concentrarsi sulla guerra in Ucraina e il Pentagono ha ordinato il ritiro di circa 5.000 soldati americani dalle basi in Germania.

Il malumore di Washington ha investito anche il Sud Europa. Giovedì scorso, Trump ha definito il comportamento di Spagna e Italia “assolutamente orribile”, accusando le due nazioni di non aver fornito alcun supporto militare e navale agli USA durante le operazioni nel Golfo Persico. Per il governo italiano, guidato da Giorgia Meloni – che proprio in questi giorni ha celebrato il traguardo di secondo esecutivo più longevo della storia repubblicana, si tratta di un brusco raffreddamento dei rapporti, iniziato a metà aprile dopo che la Premier aveva difeso il Papa dagli attacchi del presidente americano.

Per l’Italia, l’impatto di questa manovra rischia di essere devastante, colpendo al cuore il suo tessuto manifatturiero d’eccellenza. La regione più esposta in assoluto è l’Emilia-Romagna, casa della “Motor Valley”, che da sola genera il 67,1% del valore totale delle esportazioni nazionali di veicoli negli Stati Uniti. Se marchi storici del lusso estremo come Ferrari e Lamborghini (radicati nelle province di Modena e Bologna) godono di una domanda anelastica e possono scaricare i rincari sui facoltosi clienti d’oltreoceano, le vere vittime sono migliaia di micro e piccole imprese meccaniche fornitrici di componentistica rischiano di essere tagliate fuori dalle catene di approvvigionamento, spingendo le case madri a cercare fornitori esentasse in Messico o Canada.

L’inasprimento tariffario cade, infine, nel peggior scenario macroeconomico possibile. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha bloccato il 20% del transito globale di petrolio, facendo schizzare i prezzi del greggio oltre i 108 dollari al barile e raddoppiando i costi della logistica. Le Nazioni Unite hanno già lanciato l’allarme: questo mix di colli di bottiglia commerciali, inflazione energetica e nuove guerre doganali sta “strangolando l’economia globale”, aprendo le porte allo spettro di una recessione mondiale e minacciando di spingere decine di milioni di persone verso la povertà estrema. In questo clima rovente, le tariffe sulle auto europee non appaiono più come una semplice disputa doganale, ma come l’ennesima scintilla in una situazione davvero al limite.

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