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Big Tech: Meta e Microsoft tagliano 23.000 posti di lavoro per finanziare la corsa all’IA

Apr 24, 2026 | Aziende

Il settore tecnologico sta attraversando una delle ristrutturazioni più profonde della sua storia. Nella giornata di ieri, 23 aprile 2026, due dei colossi più influenti al mondo, Meta Platforms e Microsoft, hanno annunciato massicci piani di ridimensionamento del personale che colpiranno collettivamente circa 23.000 lavoratori. Non siamo di fronte ai sintomi di una recessione globale, ma a un calcolato spostamento di capitali: la forza lavoro umana viene sacrificata per liberare risorse da riversare in spese senza precedenti per le infrastrutture legate all’Intelligenza Artificiale (IA).

L'”accelerazione” di Meta

Tramite una nota interna redatta dalla Chief People Officer Janelle Gale, Meta ha informato i propri dipendenti dell’imminente taglio del 10% della sua forza lavoro globale. La scure si abbatterà su quasi 8.000 lavoratori a partire dal 20 maggio, mentre l’azienda ha confermato che lascerà vacanti altre 6.000 posizioni attualmente aperte.

La dirigenza non ha usato mezzi termini per spiegare la decisione. Gale ha dichiarato ai dipendenti che questi esuberi permetteranno all’azienda di “compensare gli altri investimenti che stiamo facendo”. Il focus di tali investimenti è unicamente sull’Intelligenza Artificiale. Il CEO Mark Zuckerberg ha avviato quella che lui stesso definisce una “grande accelerazione dell’IA”, spingendo le stime delle spese in conto capitale (CAPEX) per il 2026 a cifre vertiginose, comprese tra 115 e 135 miliardi di dollari, potendo arrivare a sfiorare i 169 miliardi. Meta sta riversando questo capitale nella sua divisione di ricerca Meta Superintelligence Labs, che lo scorso 8 aprile ha rilasciato Muse Spark, un modello avanzato multimodale ideato per automatizzare processi complessi. Nelle ultime settimane, Meta ha persino ricollocato numerosi ingegneri in una nuova unità denominata “Applied AI”, con l’obiettivo esplicito di creare agenti autonomi capaci di scrivere codice al posto dei programmatori in carne ed ossa.

La scelta di Microsoft: la “regola del 70”

Parallelamente, Microsoft ha varato il primo programma di esodi volontari nei suoi 51 anni di storia aziendale. La mossa mira a snellire circa il 7% della sua forza lavoro negli Stati Uniti, mettendo nel mirino circa 8.750 dipendenti. L’azienda ha introdotto la cosiddetta “Regola del 70”: il prepensionamento è offerto ai dipendenti statunitensi dal livello di Senior Director in giù, la cui somma di età anagrafica e anni di servizio raggiunga o superi quota 70. Sono rigorosamente esclusi i ruoli dirigenziali apicali e il personale legato ai piani di incentivi sulle vendite.

Amy Coleman, Chief People Officer di Microsoft, ha presentato l’iniziativa come un’opportunità per concedere ai dipendenti storici “la scelta di fare il passo successivo alle proprie condizioni, con un generoso supporto da parte dell’azienda”. Tuttavia, questa strategia rappresenta una revisione critica e ingegnerizzata dei costi operativi. Con una spesa in infrastrutture IA stimata tra i 110 e i 146 miliardi di dollari per sostenere i server cloud di Azure e il sistema Copilot, Microsoft ha un disperato bisogno di ridimensionare le spese di base per mantenere i propri margini di profitto. Contestualmente, l’azienda ha semplificato il suo sistema di valutazione delle performance e allentato le regole sui bonus azionari, rimodellando gli incentivi per la forza lavoro che resterà a bordo in questa nuova era.

Rivoluzione tecnologica o “AI Washing”?

Questi tagli si inseriscono in un’onda d’urto che sta falcidiando l’intera industria. Nei soli primi quattro mesi del 2026, si stima che oltre 81.200 dipendenti di 97 diverse aziende tecnologiche abbiano perso il posto, spinti da ristrutturazioni focalizzate sull’IA avviate da colossi dell’informazione e del software come Oracle (quasi 30.000 licenziamenti), Snap, Disney e Block.

L’opinione pubblica e gli esperti del settore si interrogano se l’Intelligenza Artificiale stia davvero soppiantando il lavoro umano con questa rapidità o se si tratti solo di un pretesto narrativo. Sam Altman, CEO di OpenAI, ha parlato esplicitamente del fenomeno dell'”AI washing”, suggerendo che molti dirigenti incolpino l’intelligenza artificiale per mascherare la cruda necessità di correggere le assunzioni sfrenate avvenute negli anni precedenti e placare Wall Street. I mercati finanziari sembrano infatti premiare questa narrativa: annunciare tagli di massa motivandoli con “l’efficienza guidata dall’IA” fa spesso schizzare in alto il valore delle azioni. Che l’automazione sia reale o gonfiata, il risultato non cambia: i dipendenti rimasti si trovano sotto forte pressione, costretti a utilizzare in modo massiccio e forzato questi nuovi strumenti generativi per mantenere inalterati i ritmi di produzione con un organico decimato.

La resa dei conti: le trimestrali del 29 aprile

La tempistica chirurgica di queste manovre è forse l’aspetto più rivelatore di tutta la vicenda. Entrambe le aziende pubblicheranno i propri rapporti sugli utili del primo trimestre mercoledì 29 aprile 2026. Dopo mesi di pazienza, l’ottimismo degli investitori si sta assottigliando; i mercati chiedono oggi prove concrete che i colossali investimenti nei data center e nell’hardware si stiano finalmente traducendo in ritorni commerciali tangibili. Sebbene per Meta ci si aspetti una forte crescita dei ricavi pubblicitari e per Microsoft un’impennata del cloud, le uscite di cassa sono così esorbitanti che ogni minimo dubbio sui margini potrebbe innescare una spirale di sfiducia.

In attesa di capire se le super-intelligenze artificiali manterranno davvero le loro roboanti promesse, un dato emerge con assoluta certezza: la transizione verso il futuro della Silicon Valley viene oggi interamente pagata dai lavoratori in carne ed ossa.

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