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Oro fermo nonostante la guerra in Iran: perché il bene rifugio ha smesso di brillare e cosa aspettarsi ora

Mar 13, 2026 | MacroEconomia

L’escalation militare in Medio Oriente tra Stati Uniti, Israele e Iran ha scosso profondamente i mercati globali, paralizzando lo Stretto di Hormuz e spingendo il petrolio a superare i 100 dollari al barile. La logica finanziaria tradizionale vorrebbe un rally dell’oro, da sempre considerato il bene rifugio per eccellenza durante i conflitti. Eppure, dopo un rapido picco inziale a fine febbraio, il metallo giallo ha subito un brusco calo del 6% e si è incagliato in una prolungata fase di stallo, scambiando oggi intorno ai 5.100 dollari l’oncia.

Come si spiega questa anomalia? Le dinamiche dei mercati hanno temporaneamente soverchiato i timori geopolitici.

In primo luogo, il mercato ha subito quello che gli analisti definiscono l’effetto “flush” (sciacquone). Lo shock improvviso sui mercati azionari e l’impennata dei costi energetici hanno innescato una vera e propria crisi di liquidità tra gli investitori istituzionali. Per coprire le perdite repentine e rispondere alle margin call (richieste di integrazione dei margini), i grandi fondi speculativi sono stati costretti a vendere in massa gli asset più liquidi e profittevoli nei loro portafogli, tra cui l’oro. Il metallo ha di fatto funzionato da bancomat, sopprimendo la naturale spinta rialzista.

L’impatto della politica monetaria

A questo si aggiunge un ambiente macroeconomico sfidante. L’inflazione generata dal caro petrolio rischia di costringere le banche centrali, in primis la Federal Reserve, a mantenere i tassi di interesse più alti del previsto. Questo scenario rafforza il dollaro statunitense e i rendimenti dei titoli di Stato, rendendo meno appetibile un asset senza rendimento come l’oro. Inoltre, le recenti dichiarazioni del Presidente USA Donald Trump, che ha ipotizzato una rapida risoluzione del conflitto, hanno in parte allentato il panico inflazionistico a breve termine. Infine, molti analisti, tra cui Rhona O’Connell di StoneX, fanno notare come il premio del rischio geopolitico fosse già stato ampiamente “prezzato” dal mercato nei mesi precedenti, limitando lo spazio per nuove impennate immediate.

Tuttavia, la calma apparente del prezzo “spot” è ingannevole. Mentre la finanza speculativa vende contratti derivati, il mercato fisico ribolle. I premi per l’oro fisico sono esplosi: investitori privati e gioiellerie stanno sfruttando questa soppressione artificiale dei prezzi come una rara finestra di acquisto strategico. Parallelamente, le banche centrali mondiali continuano inesorabilmente ad accumulare riserve auree per proteggersi dall’instabilità delle valute fiat.

Per il futuro, le prospettive restano inequivocabili. Le grandi istituzioni finanziarie considerano questa frenata come una fisiologica pausa all’interno di un potente mercato toro di lungo periodo. Deutsche Bank e Bank of America prevedono che l’oro raggiungerà la soglia dei 6.000 dollari l’oncia entro il 2026, mentre J.P. Morgan fissa il suo target addirittura a 6.300 dollari. Quando l’urgenza di liquidità si placherà, i fondamenti macroeconomici e la scarsità fisica torneranno a dettare il vero valore dell’oro.

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