Il presidente degli Stati Uniti ha gettato nuova benzina sul fuoco del conflitto in Medio Oriente. In un’intervista rilasciata al Financial Times nelle scorse ore, Donald Trump ha dichiarato apertamente il suo intento di voler “prendere il petrolio in Iran”, ventilando l’ipotesi di un’occupazione militare a tempo indeterminato dell’Isola di Kharg, il cuore nevralgico delle esportazioni energetiche di Teheran. Un annuncio shock che ha immediatamente fatto schizzare il prezzo del greggio Brent oltre i 116 dollari al barile, spingendo il G7 a preparare contromisure storiche e innescando una violenta rappresaglia militare iraniana in tutto il Golfo.
“Ad essere onesti, la mia cosa preferita è prendere il petrolio in Iran, ma alcune persone stupide negli Stati Uniti dicono: ‘Perché lo fai?’ Ma sono persone stupide”, ha dichiarato Trump, liquidando senza mezzi termini le crescenti critiche interne. Il piano tratteggiato dal leader americano richiama esplicitamente l’approccio adottato nei confronti del Venezuela dopo la cattura di Nicolás Maduro: un’acquisizione e un controllo a tempo indeterminato del settore petrolifero nemico.
Sebbene l’isola di Kharg gestisca il 90% dell’export petrolifero iraniano e sia storicamente fortificata, Trump ne ha sminuito le capacità difensive affermando: “Non credo abbiano difese. Potremmo prenderla molto facilmente”. Le parole, tuttavia, seguono movimenti logistici di proporzioni massicce: il Pentagono ha già ordinato lo schieramento in Medio Oriente di circa 10.000 unità addestrate per operazioni terrestri e occupazione del territorio, tra cui migliaia di Marine e truppe specializzate dell’82esima Divisione Aviotrasportata.

Colpito il Kuwait, allerta in Arabia Saudita
La sola prospettiva di un’invasione terrestre ha innescato un’immediata escalation regionale. Nelle ultime ore, le forze iraniane hanno lanciato attacchi missilistici mirati contro un impianto civile di desalinizzazione dell’acqua ed energia elettrica in Kuwait, provocando la morte di un lavoratore indiano e il ferimento di dieci soldati kuwaitiani in una base adiacente.
Parallelamente, l’Arabia Saudita è sotto attacco: le difese aeree di Riad hanno dovuto intercettare ben cinque missili balistici e un missile da crociera diretti verso la vitale Provincia Orientale del Regno. Il teatro di guerra si sta espandendo a macchia d’olio su molteplici fronti: le forze britanniche hanno abbattuto sette droni d’attacco iraniani in una sola notte, i ribelli Houthi dello Yemen hanno lanciato i loro primi missili balistici verso Israele, e l’esercito israeliano sta conducendo nuovi e massicci bombardamenti sia nel centro di Teheran che nei sobborghi meridionali di Beirut.
L’illusione diplomatica
In un apparente contrasto con le minacce di annessione, Trump si è detto ottimista su un imminente accordo di pace, affermando a bordo dell’Air Force One di aver ricevuto un segno di “rispetto” da Teheran: il via libera al transito di 20 petroliere battenti bandiera pakistana nello Stretto di Hormuz. Trump ha attribuito questa concessione direttamente a Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano.
Tuttavia, Ghalibaf ha risposto con un criptico messaggio sui social media intriso di gergo finanziario, liquidando le dichiarazioni di Trump come un mero tentativo di manipolare al ribasso il mercato del petrolio: “Se pompano la notizia, andate short”. Sul tavolo dei negoziati indiretti ospitati dal Pakistan, gli Stati Uniti hanno formalmente presentato un rigido “Piano in 15 Punti” che impone all’Iran la totale e irreversibile denuclearizzazione, il trasferimento di tutto il materiale fissile all’AIEA, la distruzione di impianti chiave come Natanz e lo smantellamento definitivo della rete di milizie alleate. Condizioni che l’establishment iraniano, che si prepara a una guerra d’attrito, respinge pubblicamente bollandole come irricevibili.

Lo shock sui mercati è tangibile. Con il prezzo del petrolio in pericoloso avvicinamento alla soglia dei 120 dollari al barile, i ministri dell’Energia del G7 si sono riuniti d’urgenza con l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA). Le potenze occidentali sono pronte ad attuare una contromisura storica: il rilascio coordinato di 300-400 milioni di barili dalle riserve strategiche globali per calmierare i prezzi e scongiurare uno scenario di stagflazione globale.
Il presidente russo Vladimir Putin è intervenuto avvertendo i mercati che l’impatto economico di questo conflitto potrebbe arrivare a eguagliare la paralisi globale vista durante la pandemia di COVID-19. Da Pechino, il Ministero degli Esteri ha criticato aspramente l’unilateralismo di Washington, accusando gli USA di voler riportare la diplomazia internazionale alla “legge della giungla”.
A trenta giorni dall’inizio delle ostilità, il mondo osserva col fiato sospeso: la sottile linea rossa tra un tracollo economico globale e un’occupazione terrestre dalle conseguenze incalcolabili non è mai stata così fragile.





