È il primo lunedì del post-Maduro e i mercati finanziari si sono svegliati con una reazione che sfida ogni manuale di geopolitica. Meno di 48 ore dopo che le forze speciali statunitensi hanno prelevato il presidente venezuelano dal bunker di Fuerte Tiuna per portarlo in una cella di New York, il prezzo del petrolio non è esploso. È sceso.
Mentre il mondo guarda alle immagini di Caracas militarizzata e al vuoto di potere riempito ad interim dalla vicepresidente Delcy Rodríguez, il barile di Brent scivola verso i 60 dollari e il WTI tocca i 57 dollari. Ecco l’analisi della situazione odierna e il perché di questa calma apparente.
Il mercato scommette sul “Corollario Trump”
La reazione tiepida dei mercati si spiega con un calcolo cinico ma pragmatico. Gli analisti di Goldman Sachs e UBS concordano oggi su un punto: il Venezuela attuale è un gigante dai piedi d’argilla. Con una produzione ridotta a meno di un milione di barili al giorno (circa l’1% dell’offerta globale), un blocco totale dell’export è un danno che il mercato, attualmente in surplus di offerta, può assorbire senza battere ciglio.
Il calo dei prezzi riflette quella che a Wall Street chiamano la “scommessa sulla ricostruzione”: i trader stanno prezzando non il caos di oggi, ma la promessa di Donald Trump di far “entrare le più grandi compagnie petrolifere del mondo” per modernizzare i giacimenti. L’idea è che, sotto la tutela americana, il Venezuela possa inondare il mercato di greggio nel medio termine, abbattendo ulteriormente i prezzi.
Caos logistico: la “Quarantena Petrolifera”
Se i listini sono calmi, la realtà in mare è critica. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha confermato che gli USA stanno applicando una “quarantena petrolifera”. Le conseguenze operative segnalate oggi da Kpler e Reuters sono immediate:
- Tanker Fantasma: La flotta ombra (shadow fleet) che trasportava il greggio sanzionato verso la Cina si è dissolta per paura di sequestri da parte della US Navy.
- Export Paralizzato: I terminali come quello di Jose sono operativi ma fermi. Nessuna nave parte senza l’ok degli USA o per il blocco burocratico della nuova amministrazione Rodríguez.
- Stoccaggio al limite: PDVSA è costretta a usare le petroliere come magazzini galleggianti. Se non si sblocca l’export entro pochi giorni, dovranno chiudere i pozzi, rischiando danni permanenti ai giacimenti.
La partita dell’Europa: Eni e Repsol al bivio
Per l’Italia, la partita è delicatissima. Eni e la spagnola Repsol sono tra le poche compagnie occidentali ancora operative nel Paese (campo gas Perla e joint venture petrolifere). Mentre Chevron gode di una licenza USA che la protegge parzialmente, le compagnie europee si trovano in un limbo legale. Da un lato, Trump ha invitato i colossi USA (ExxonMobil, ConocoPhillips) a tornare per recuperare gli asset espropriati decenni fa , dall’altro Delcy Rodríguez ha offerto agli USA una “collaborazione per lo sviluppo”, cercando di salvare il salvabile. Eni e Repsol potrebbero giocare un ruolo chiave nella transizione: essendo già sul campo, sono le uniche in grado di garantire un flusso minimo di cassa immediato, a patto che Washington garantisca l’immunità dai blocchi navali.
Cosa aspettarsi nelle prossime ore
Oggi, 5 gennaio, Nicolás Maduro comparirà davanti a un giudice federale a New York. A Caracas, la tensione resta alta ma le Forze Armate (FANB) sembrano aver accettato, per ora, la transizione guidata da Rodríguez, evitando il bagno di sangue civile.
La scommessa di Trump è rischiosa: gestire il Venezuela “in remoto” per prendersi il petrolio senza invadere il Paese con truppe di terra. Se funzionerà, ridisegnerà la mappa energetica mondiale. Se fallirà, il Venezuela potrebbe trasformarsi in una “Libia dei Caraibi”, con i pozzi in fiamme e il prezzo del greggio pronto, questa volta sì, a schizzare alle stelle.





