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Trump posticipa di 10 giorni l’ultimatum all’Iran, ma la “pace armata” affonda i mercati:

Mar 27, 2026 | MacroEconomia

Un ramoscello d’ulivo che ha il sapore amaro dell’incertezza. L’annuncio a sorpresa del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump di sospendere i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche dell’Iran ha generato un’onda d’urto inaspettata: in un primo momento i mercati hanno festeggiato, ma dopo pochi minuti il trend ribassista che va avanti dall’inizio del conflitto è tornato a dominare.

In un messaggio diffuso giovedì sera sulla sua piattaforma Truth Social, Trump ha dichiarato di aver posticipato l’ultimatum per la distruzione degli impianti iraniani di dieci giorni, fissando la nuova scadenza a lunedì 6 aprile 2026, alle ore 20:00. Il Presidente ha motivato la scelta parlando di colloqui che starebbero procedendo “molto bene” e citando un presunto “regalo” da parte di Teheran: l’autorizzazione al passaggio di dieci petroliere attraverso il blocco dello Stretto di Hormuz.

Al centro delle trattative, mediate dal Pakistan, vi è un piano di pace statunitense in 15 punti. Il documento esige lo smantellamento totale e irreversibile del programma nucleare iraniano (inclusa la distruzione dei siti di Natanz e Fordow), la fine dei finanziamenti alle milizie alleate in Medio Oriente e la riapertura incondizionata dello Stretto di Hormuz. In cambio, Washington offre la revoca delle sanzioni internazionali. Tuttavia, Teheran ha respinto le condizioni, ribattendo con un contro-piano in 6 punti che pretende colossali risarcimenti di guerra, la fine degli attacchi israeliani e il mantenimento del proprio arsenale balistico.

Il verdetto di Wall Street

Di fronte a una diplomazia che appare più come uno stallo tattico che come una vera risoluzione, i mercati finanziari hanno reagito con estrema paura. L’indice S&P 500 è crollato dell’1,7%, registrando la sua peggiore seduta da gennaio, mentre il Nasdaq ha ceduto il 2,4%, entrando ufficialmente in territorio di “correzione” con un calo superiore al 10% dai massimi storici. Il Dow Jones ha bruciato 469 punti.

L’energia resta l’epicentro del sisma. Nonostante la pausa nei bombardamenti, il prezzo del petrolio Brent ha ripreso a correre chiudendo a 101,89 dollari al barile, segnando un rincaro del 4,8% in un solo giorno e di quasi il 50% dall’inizio del conflitto. Paradossalmente, l’oro, classico bene rifugio, ha subito un brusco calo: gli investitori, spaventati da un’inflazione fuori controllo, si stanno riversando sul dollaro e sui titoli di stato USA a breve termine, scommettendo su tassi di interesse che resteranno alti molto più a lungo del previsto. Il crollo della Rupia indiana al minimo storico di 94,56 contro il dollaro è la spia rossa di un allarme che coinvolge ormai tutti i mercati emergenti.

Cosa dicono gli analisti

Il consenso tra i grandi investitori e gli analisti geopolitici è permeato da un profondo scetticismo. Stephen Innes, analista di SPI Asset Management, ha riassunto il rinvio di Trump paragonandolo a “un trader che sposta in avanti una posizione in perdita, sperando che la candela successiva consegni ciò che l’ultima si è rifiutata di dare”. È un tentativo di comprare tempo, non chiarezza.

Anche gli esperti di geopolitica gettano acqua sul fuoco dell’ottimismo presidenziale. Sanam Vakil, direttrice del programma per il Medio Oriente a Chatham House, ha avvertito che “tutte le prove attuali suggeriscono che il conflitto persisterà”, poiché l’Iran non ha alcun incentivo ad arrendersi rapidamente e punta a logorare l’Occidente per ottenere lo sblocco delle sanzioni. Dennis Ross, ex coordinatore USA per il Medio Oriente, ha rincarato la dose: finché gli Stati Uniti non assumeranno il controllo fisico dello Stretto di Hormuz non potranno dichiarare alcuna vittoria.

L’impatto macroeconomico è già in fase di revisione. Goldman Sachs ha avvertito che questo blocco rappresenta “la più grande interruzione di approvvigionamento energetico della storia”, abbassando le stime di crescita globale per il 2026, alzando quelle sull’inflazione e posticipando l’atteso taglio dei tassi della Federal Reserve almeno fino a settembre.

L’unica voce fuori dal coro, in un panorama dominato dal rischio stagflazione, è quella di Jamie Dimon. Il CEO di JPMorgan ha ammesso gli altissimi rischi a breve termine, ma ha suggerito che se la linea dura di Washington dovesse avere successo, l’eliminazione della minaccia iraniana potrebbe “migliorare le prospettive per una pace duratura in Medio Oriente”, sbloccando moltissimi investimenti per l’intera regione.

Per ora, però, l’economia globale resta con il fiato sospeso, ostaggio di un braccio di ferro nello stretto di mare più vitale del pianeta. E il timer dell’ultimatum è puntato sul 6 aprile.

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