Il 9 marzo 2026 i mercati finanziari globali hanno vissuto una giornata di estrema volatilità, guidata interamente dalle repentine evoluzioni geopolitiche in Medio Oriente. Le dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump hanno innescato una reazione a catena che ha visto il crollo delle quotazioni del greggio e un vigoroso recupero dei listini azionari, mentre l’Unione Europea e i singoli governi nazionali cercano di blindare le proprie forniture contro i rincari.
Le dichiarazioni di Trump: fine delle ostilità e controllo di Hormuz
Donald Trump ha sorpreso i mercati affermando ai giornalisti che la guerra in Iran è “praticamente del tutto completata”. Nonostante le crescenti tensioni nella regione, il presidente ha rassicurato gli investitori anticipando una rapida fine delle ostilità. Parallelamente, per disinnescare il blocco imposto dalle forze iraniane sul traffico marittimo, Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti stanno “pensando di prendere il controllo” dello Stretto di Hormuz. A supporto di questa garanzia, ha ordinato alle agenzie governative di fornire coperture assicurative a prezzi ragionevoli per le navi commerciali e ha annunciato che la Marina statunitense è pronta a scortare fisicamente le petroliere in transito.
Il collasso del greggio: i mercati scontano lo scenario migliore
I mercati delle materie prime hanno reagito con estrema violenza e rapidità a queste rassicurazioni. Inizialmente, i timori legati alla totale chiusura dello Stretto di Hormuz (attraverso cui transita circa un quinto del petrolio globale) avevano spinto i contratti future sul greggio verso la soglia critica dei 120 dollari al barile, sollevando lo spettro di una grave stagflazione. Tuttavia, la prospettiva delineata da Washington di un conflitto di breve durata ha innescato un crollo verticale e immediato dei prezzi dell’energia: il greggio WTI statunitense è precipitato tornando a chiudere in area 87 dollari al barile, mentre il Brent è sceso nuovamente verso i 91 dollari. I trader hanno rapidamente eliminato il premio di rischio geopolitico, scommettendo apertamente sullo scenario della guerra lampo scartando l’ipotesi di un’interruzione prolungata delle forniture.
Il rimbalzo di Wall Street e l’effetto a catena sulle Borse
L’azionario ha seguito in modo speculare l’andamento del petrolio, segnando una rapida inversione a “V”. Wall Street ha aperto la seduta del 9 marzo in profondo rosso, con l’indice S&P 500 in calo di circa l’1,5% a causa del panico iniziale legato ai costi energetici. Il successivo tonfo del petrolio ha però innescato un massiccio rally rialzista nel pomeriggio. A fine giornata, il Nasdaq ha chiuso in forte rialzo dell’1,38%, trainato da titoli tecnologici come Nvidia visti come un porto sicuro rispetto agli shock fisici, mentre l’S&P 500 ha guadagnato lo 0,81%. Questo rinnovato ottimismo si è poi trasmesso a cascata alle piazze asiatiche (con forti balzi in Corea del Sud e Giappone) e ai listini europei, che oggi hanno aperto le contrattazioni in netto rialzo.
Il dilemma europeo e le contromisure energetiche in campo
Mentre gli Stati Uniti guidano le dinamiche militari e i riprezzamenti di borsa, l’Unione Europea corre ai ripari. La Commissione Europea ha immediatamente convocato i gruppi di coordinamento per valutare l’impatto della crisi, rassicurando al momento sull’assenza di rischi immediati di approvvigionamento grazie a stoccaggi stabili. Tuttavia, per calmierare ulteriormente il mercato, i leader del G7 e l’amministrazione Trump stanno valutando, in collaborazione con l’Agenzia Internazionale per l’Energia, un massiccio rilascio coordinato di riserve strategiche di petrolio (SPR) che potrebbe arrivare fino a 400 milioni di barili.
Anche l’Italia si sta mobilitando per attutire lo shock: per frenare i rincari alla pompa benzina, il governo presieduto da Giorgia Meloni ha istituito una task force di monitoraggio dei prezzi e preme per sbloccare il meccanismo delle “accise mobili”, che abbasserebbe le tasse in proporzione all’aumento dell’IVA incassata sui carburanti.
Infine, nell’intento prettamente pragmatico di immettere più greggio nel mercato globale e placare l’inflazione, l’amministrazione statunitense ha temporaneamente limitato le sanzioni sul petrolio russo, permettendo all’India di acquistarne carichi attualmente bloccati in mare. Questa mossa spregiudicata ha già spinto alcune formazioni politiche europee a chiedere di seguire l’esempio di Trump e allentare formalmente le sanzioni contro Mosca per tutelare imprese e cittadini del Vecchio Continente.





