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Taiwan investe 250 miliardi negli USA, crollano i dazi al 15%

Gen 16, 2026 | Geo/Politica

È l’alba di una nuova era per l’industria globale dei semiconduttori. In una mossa che ridisegna gli equilibri geopolitici del Pacifico, Stati Uniti e Taiwan hanno siglato un accordo commerciale storico: Washington abbatterà le barriere doganali per le merci dell’isola in cambio di un investimento senza precedenti di 250 miliardi di dollari nell’economia americana.

Lo scambio: meno tasse, più fabbriche

Il cuore dell’intesa, finalizzata tra il 15 e il 16 gennaio, è un “do ut des” strategico. L’amministrazione USA ha accettato di ridurre i dazi sulle importazioni taiwanesi a un tetto massimo del 15%, eliminando le tariffe punitive (che minacciavano di toccare il 32%) imposte dalle precedenti politiche protezionistiche. Questo allineamento tariffario mette finalmente le aziende taiwanesi sullo stesso piano dei concorrenti sudcoreani e giapponesi.

In cambio, Taiwan apre il portafoglio. Le imprese dell’isola si sono impegnate a versare 250 miliardi di dollari in investimenti diretti sul suolo americano. A guidare la carica è il colosso dei chip TSMC, che ha confermato un piano di espansione monstre in Arizona per un valore complessivo di 165 miliardi di dollari.

L’Arizona diventa la fortezza dell’AI

La spinta decisiva arriva dall’intelligenza artificiale. Durante la conferenza sugli utili del 15 gennaio, TSMC ha annunciato previsioni di spesa record per il 2026 (fino a 56 miliardi di dollari in un solo anno) per far fronte a una domanda definita “insana”(in senso positivo) da parte dei giganti tech americani. L’accordo commerciale include clausole sofisticate sulla sicurezza nazionale (la “Sezione 232”): le aziende che costruiscono fabbriche di chip negli USA potranno importare macchinari e materiali critici in esenzione dai dazi, accelerando la creazione di un cluster produttivo avanzato che, secondo i piani, ospiterà la tecnologia a 2 nanometri e il packaging avanzato necessario per i chip AI di prossima generazione.

Non solo chip: boccata d’ossigeno per l’industria

Sebbene i semiconduttori siano i protagonisti, l’accordo è una vittoria anche per l’economia tradizionale taiwanese. Settori come l’automotive, la meccanica e le forniture industriali vedranno i dazi scendere drasticamente, recuperando competitività nel mercato statunitense. Parallelamente, il Congresso USA ha dato il via libera al Double Tax Relief Act, risolvendo l’annoso problema della doppia tassazione per le aziende e i lavoratori che operano tra i due paesi.

Tensioni geopolitiche: l’ira di Pechino

L’abbraccio economico tra Washington e Taipei ha scatenato l’immediata reazione della Cina. L’Ufficio per gli Affari di Taiwan di Pechino ha bollato l’accordo come “saccheggio economico”, accusando gli Stati Uniti di costringere Taiwan a svendere i suoi gioielli tecnologici e il governo dell’isola di “offrire l’altra guancia” dopo essere stato colpito dai dazi. A Taiwan, l’opposizione e parte dell’opinione pubblica temono lo “svuotamento” industriale (hollowing out), paventando che lo spostamento della produzione avanzata in America possa indebolire il cosiddetto “scudo di silicio” che protegge l’isola. Tuttavia, il governo e gli esperti rassicurano: il cuore della ricerca e sviluppo resterà saldo a Taiwan, mentre l’America diventerà l’estensione strategica necessaria per garantire la sopravvivenza economica dell’isola in un mondo sempre più frammentato.

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