TAIPEI/WASHINGTON — In quello che rappresenta il più netto rifiuto diplomatico dall’inizio del secondo mandato Trump, Taiwan ha ufficialmente respinto la richiesta degli Stati Uniti di ricollocare il 40% della sua capacità produttiva di semiconduttori sul suolo americano entro il 2029.
In un’intervista trasmessa oggi dalla rete Chinese Television System (CTS), il Vice Premier taiwanese Cheng Li-chiun ha definito l’obiettivo di Washington non solo irrealistico, ma tecnicamente “impossibile”. La dichiarazione arriva in risposta diretta al Segretario al Commercio USA Howard Lutnick, che aveva recentemente definito “illogica” e pericolosa per la sicurezza nazionale la concentrazione del 90% della produzione mondiale di chip avanzati a sole 80 miglia dalla costa cinese.
La teoria dell’iceberg
Il cuore dello scontro non è politico, ma industriale. Cheng ha utilizzato l’analogia dell'”iceberg” per spiegare la posizione di Taipei: le fabbriche visibili (come i nuovi impianti di TSMC in Arizona) sono solo la punta emersa. Sotto di esse giace una catena di approvvigionamento “sommersa” e insostituibile, costruita in quarant’anni, composta da migliaia di fornitori specializzati in chimica, gas e packaging che non possono essere replicati all’estero in pochi anni.
“Ho detto chiaramente alla parte americana che è impossibile allocare la produzione basandosi su quote percentuali fisse”, ha dichiarato Cheng. “Le nostre radici rimarranno saldamente a Taiwan”.

L’accordo commerciale e la realtà dei numeri
Questo scontro verbale giunge, paradossalmente, poche settimane dopo la firma di uno storico accordo commerciale (gennaio 2026). In base al patto, gli USA hanno ridotto i dazi sulle merci taiwanesi dal 20% al 15% in cambio di un impegno di investimento “monstre” da 250 miliardi di dollari da parte delle aziende tecnologiche taiwanesi negli Stati Uniti.
Tuttavia, gli analisti sottolineano una profonda divergenza tra le promesse finanziarie e la realtà fisica. Secondo Lien Hsien-ming del Chung-Hua Institution for Economic Research, anche con gli attuali massicci investimenti di TSMC in Arizona ($65-165 miliardi), meno del 15% della capacità di processo avanzata sarà effettivamente operativa negli USA entro la fine del mandato presidenziale nel 2029, ben lontano dall’obiettivo del 40% preteso da Lutnick.
Taipei resiste
La mossa di Taipei viene letta dagli osservatori come una difesa strategica del proprio “scudo di silicio”. Mantenere il cuore della produzione sull’isola non è solo una necessità economica, ma una garanzia di sicurezza: finché il mondo dipenderà dai chip prodotti a Taiwan, la comunità internazionale avrà un interesse vitale nel difendere l’isola da eventuali pretese cinesi.
Mentre fornitori come GlobalWafers e Sunlit Chemical stanno effettivamente aprendo stabilimenti in Texas e Arizona per compiacere i clienti americani , il messaggio di oggi è chiaro: Taiwan è disposta ad estendere i suoi rami in America, ma non permetterà che le sue radici vengano espiantate.





