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Rame, l’America fa scorta: prezzi record e timori di un “Lockdown” delle risorse

Dic 15, 2025 | MacroEconomia

Se il “Dr. Copper” ha sempre diagnosticato la salute dell’economia globale, oggi segnala una febbre geopolitica senza precedenti. Mentre l’anno volge al termine, il prezzo del rame ha infranto il muro degli 11.500 dollari per tonnellata al London Metal Exchange (LME), spinto da una forza che va oltre la semplice domanda industriale: la paura di rimanere a secco.   

Caccia all’Oro Rosso

Al centro della tempesta c’è una corsa frenetica all’accaparramento (hoarding) all’interno degli Stati Uniti. I giganti del trading, con in testa la svizzera Mercuria Energy Group, hanno iniziato a svuotare i magazzini asiatici, ritirando oltre 40.000 tonnellate di metallo dai circuiti di scambio in Corea del Sud e Taiwan in una singola operazione di inizio dicembre. L’obiettivo è chiaro: portare quanto più metallo fisico possibile sul suolo americano prima che la scure dei dazi dell’amministrazione Trump cada definitivamente. Sebbene la specifica tariffa sul rame prevista per il 22 novembre sia rimasta avvolta nell’incertezza dei negoziati, i trader stanno operando secondo la logica del “chi prima arriva, meglio alloggia”, anticipando le barriere doganali.

Due Mercati, Due Realtà

Il risultato è una frattura nel mercato globale. Lo spread (differenziale) tra i prezzi di New York (COMEX) e quelli di Londra (LME) è esploso, un’anomalia che segnala come il rame “sdoganato” negli USA valga ora molto più di quello disponibile nel resto del mondo. Gli Stati Uniti stanno agendo come un buco nero per le risorse globali, lasciando Europa e Asia a contendersi ciò che resta. Kostas Bintas, capo del trading metalli di Mercuria, ha lanciato un avvertimento che ha scosso il settore: se questo trend di accumulo difensivo continuerà, il resto del mondo potrebbe presto trovarsi nella paradossale situazione di “non avere rame disponibile” per la consegna immediata.   

La Guerra Fredda dei Metalli

A complicare il quadro c’è la contromossa di Pechino. Mentre Washington alza barriere all’entrata, la Cina stringe i rubinetti in uscita. Nonostante la “tregua fragile” annunciata dopo i recenti colloqui diplomatici, le restrizioni cinesi sull’export di minerali critici e tecnologie di raffinazione rimangono attive. Le fonderie cinesi, schiacciate dai bassi margini, hanno già concordato tagli alla produzione per il 2026, riducendo ulteriormente l’offerta globale di metallo raffinato proprio mentre la domanda occidentale tocca i massimi.

Verso i 15.000 Dollari?

Le prospettive per il 2026 dividono gli analisti, ma l’ottimismo (o il timore) prevale. Citi prevede che i prezzi possano toccare vette “stratisferiche” di 15.000 dollari entro la metà del prossimo anno, trainati non solo dalla speculazione ma dalla fame insaziabile di cavi e conduttori per i data center dell’Intelligenza Artificiale e la transizione verde. Goldman Sachs invita alla cautela, suggerendo che l’attuale scarsità sia “artificiale” e destinata a rientrare, ma per ora il mercato sembra ignorare i fondamentali per concentrarsi sulla sicurezza degli approvvigionamenti.   

In questo dicembre di fuoco, il rame ha smesso di essere una semplice commodity per diventare un asset di sicurezza nazionale. La “Grande Accumulazione Americana” è iniziata, e il prezzo da pagare sarà alto per tutti.

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