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Raid USA sull’isola di Kharg: distrutta la base militare, intatto il petrolio. L’Iran minaccia ritorsioni mentre la guerra si allarga

Mar 14, 2026 | Geo/Politica

Nelle ultime ore, sotto la direttiva del Presidente Donald Trump, le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno sferrato un massiccio attacco aereo contro l’isola di Kharg, considerata il “gioiello della corona” dell’economia iraniana. Da questo strategico avamposto nel Golfo Persico transita storicamente tra il 90% e il 95% di tutto il petrolio esportato dalla Repubblica Islamica.

L’operazione militare

Secondo le dichiarazioni ufficiali di Washington, il bombardamento ha “completamente obliterato” le infrastrutture militari presenti sull’isola, tra cui le difese aeree, la base navale di Joshan e la torre di controllo aeroportuale. Tuttavia, le vitali infrastrutture petrolifere sono state volontariamente risparmiate. Trump ha affermato di aver evitato i pozzi “per ragioni di decenza”, ma ha lanciato un ultimatum perentorio a Teheran: le installazioni energetiche saranno il prossimo bersaglio se l’Iran non cesserà immediatamente di ostacolare il traffico marittimo internazionale nello Stretto di Hormuz. La risposta dei vertici militari iraniani è stata altrettanto dura, con la minaccia di ridurre “in un mucchio di cenere” tutte le infrastrutture petrolifere del Medio Oriente collegate o parzialmente di proprietà degli alleati degli Stati Uniti.

La situazione in Medio Oriente ha innescato il panico sui mercati. Con lo Stretto di Hormuz ormai bloccato (sebbene l’Iran stia concedendo un salvacondotto selettivo alle navi indiane), i timori di un crollo dell’offerta globale hanno spinto il prezzo del petrolio Brent oltre la soglia psicologica dei 100 dollari al barile. Nel tentativo disperato di stabilizzare i prezzi ed evitare uno shock inflazionistico globale, l’amministrazione USA ha persino autorizzato una sospensione temporanea delle sanzioni sul petrolio russo in transito marittimo, una mossa che ha scatenato le furiose proteste della leadership europea e ucraina.

Gli sviluppi del conflitto

Nel frattempo, il conflitto allargato, che ha già visto USA e Israele colpire oltre 15.000 obiettivi in 15 giorni, continua a degenerare. Il 13 marzo, le forze israeliane hanno bombardato il cuore di Teheran, colpendo l’area di Piazza Ferdowsi e di Via Fatemi proprio mentre decine di migliaia di cittadini partecipavano alle parate governative per il “Quds Day”, dimostrando la permeabilità delle difese aeree della capitale. A livello istituzionale interno regna l’incertezza: la nuova Guida Suprema Mojtaba Khamenei è avvolta nel mistero e fonti mediche e d’intelligence non confermate riportano che si trovi in coma a causa di gravi ferite subite nei bombardamenti del 28 febbraio, nonostante le smentite ufficiali che lo descrivono “sano e salvo”.

Le fiamme della guerra avvolgono ormai l’intera regione. A Baghdad, milizie filo-iraniane hanno colpito con un drone l’ambasciata americana. In Libano, l’offensiva israeliana ha provocato la morte di 12 soccorritori in una clinica medica e i colpi di artiglieria hanno raggiunto persino la base del contingente nepalese della missione di pace ONU (UNIFIL) a Mays al-Jabal, sollevando dure condanne per la violazione del diritto internazionale.

Su tutto questo incombe l’ombra del disastro umanitario. Nuove e inquietanti indagini internazionali, corroborate da video e analisi di esperti di balistica, indicano che un missile da crociera Tomahawk statunitense sia il responsabile dell’attacco del 28 febbraio che ha polverizzato una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, causando la morte di oltre 165 civili, tra cui ben 108 bambine. Un evento che le Nazioni Unite hanno definito “un attacco intollerabile al futuro di un’intera comunità”.

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