Milano – Se c’era bisogno di una prova sulla resilienza della ricchezza italiana, i dati del terzo trimestre 2025 forniti dall’Associazione Italiana Private Banking (AIPB) l’hanno servita su un piatto d’argento. Il settore non solo cresce, ma corre più veloce delle previsioni: al 30 settembre le masse in gestione hanno toccato il massimo storico di 1.371 miliardi di euro, segnando un progresso del 4% in soli tre mesi e del 10,8% su base annua.
Un risultato che ha costretto gli analisti a rivedere al rialzo le stime per la fine dell’anno: il traguardo simbolico dei 1.400 miliardi, inizialmente previsto per il 2026, è ora atteso già a dicembre (stima a 1.398 miliardi).
I tre motori della crescita
A spingere i conti “oltre le attese” non è stato un solo fattore, ma una combinazione virtuosa di tre elementi. Il protagonista indiscusso del trimestre estivo è stato l’effetto mercato: il rally delle borse globali e la rivalutazione dei bond, innescata dal primo taglio dei tassi Fed, hanno generato un extra-valore di 29 miliardi di euro (+2,2%) nei portafogli dei grandi patrimoni.
Ma non è solo una questione di rivalutazione passiva. La fiducia dei clienti rimane solida come roccia: la raccolta netta di nuova liquidità si è mantenuta stabile a 14 miliardi (+1,1%), confermando che le famiglie continuano ad affidare i propri risparmi ai banchieri privati piuttosto che lasciarli fermi sui conti. A questo si aggiungono 9 miliardi derivanti dal consolidamento del settore (cambi di perimetro), segnale di un’industria in fermento dove le aggregazioni tra operatori sono all’ordine del giorno.

Tornano i Fondi, frenano i Titoli di Stato
Il dato più significativo per i risparmiatori, però, riguarda come questi soldi vengono investiti. Dopo quasi due anni dominati dalla corsa ai titoli di Stato (la cosiddetta “BTP-Mania” alimentata dai rendimenti alti), il vento è cambiato. Nel terzo trimestre, i Fondi Comuni sono tornati a essere la prima scelta, raccogliendo 4,2 miliardi di euro. Al contrario, il comparto amministrato (l’acquisto diretto di obbligazioni e azioni) ha frenato bruscamente, raccogliendo 3,6 miliardi: si tratta del dato più basso da inizio anno, ben lontano dai 13 miliardi del primo semestre.
La logica è finanziaria: con i tassi in discesa, il rendimento “facile” del titolo di Stato si assottiglia. Per ottenere performance, i portafogli devono diversificare e assumere rischi calcolati, un compito che spinge i clienti verso la gestione professionale dei fondi piuttosto che verso il “fai-da-te” obbligazionario.
Verso un nuovo modello di servizio
L’industria sta cambiando pelle anche nel modo in cui si fa pagare. Sebbene le retrocessioni sui prodotti (la banca incassa una parte del costo del fondo) rimangano la norma per l’80% del mercato, cresce la consulenza evoluta a pagamento esplicito. I contratti fee-only (parcella pura) e fee-on-top (consulenza ibrida) coprono ormai quasi il 20% del totale, sintomo di una clientela sempre più sofisticata ed esigente sulla trasparenza dei costi.
Come sottolineato dal Presidente di AIPB, Andrea Ragaini, questi numeri confermano la “centralità del settore per il sistema Paese”. Con una quota di mercato che si avvia a coprire il 36% della ricchezza investibile delle famiglie italiane, il Private Banking si candida a essere non più solo il custode dei grandi patrimoni, ma il motore che potrebbe trasformare questo enorme risparmio privato in investimenti per l’economia reale.





