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Petrolio contro dazi: l’ultimatum di Trump che ridisegna l’asse India-Russia

Feb 4, 2026 | Geo/Politica

Lunedì, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato quello che ha definito un accordo commerciale “storico” con l’India: Washington taglierà drasticamente le tariffe sulle merci indiane, portandole dal 50% al 18%, in cambio di una promessa sismica da parte di Nuova Delhi: lo stop immediato agli acquisti di petrolio russo.

L’annuncio, diffuso tramite la piattaforma Truth Social, dipinge un quadro di vittoria diplomatica totale per la Casa Bianca. Trump ha dichiarato esplicitamente che il Primo Ministro Narendra Modi “ha accettato di smettere di comprare petrolio russo”, una mossa pensata per prosciugare le casse del Cremlino e “porre fine alla guerra” in Ucraina. In sostituzione, l’India si impegnerebbe ad acquistare energia dagli Stati Uniti e, in una svolta sorprendente, dal Venezuela, le cui riserve sono ora sotto l’orbita americana dopo i recenti stravolgimenti politici a Caracas.

Il silenzio di Modi e la smentita di Mosca

Tuttavia, dietro i trionfalismi di Washington, la realtà appare più sfumata. La risposta ufficiale dell’India è stata un capolavoro di cautela diplomatica. Nel suo comunicato, Modi ha celebrato la riduzione delle tariffe come una vittoria per il “Made in India”, ma non ha fatto alcun riferimento esplicito al petrolio russo.

Questa dissonanza non è sfuggita a Mosca. Il Cremlino, tramite il portavoce Dmitry Peskov, ha reagito con freddezza, affermando di non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale da Nuova Delhi riguardo a un’interruzione delle forniture. “Finora non abbiamo sentito alcuna dichiarazione su questo argomento”, ha tagliato corto Peskov, sottolineando che la Russia intende continuare la sua partnership strategica con l’India.

La realtà dei numeri: Un esito già scritto?

Al di là della retorica, i dati suggeriscono che il divorzio energetico tra India e Russia fosse già nei fatti. Le importazioni indiane di greggio russo, che avevano toccato picchi di 2 milioni di barili al giorno nel 2024, sono crollate ai minimi da due anni (circa 1,1-1,2 milioni di barili) tra dicembre 2025 e gennaio 2026.

Le sanzioni secondarie statunitensi sulle banche e sulle petroliere ombra hanno reso sempre più difficile per le raffinerie indiane pagare Mosca. Inoltre, lo sconto sul greggio russo Urals si è assottigliato, rendendo l’affare meno conveniente rispetto al passato. Fonti industriali indiane confermano che, sebbene non ci sia un ordine scritto di “stop”, le raffinerie stanno già diversificando verso fornitori sauditi e iracheni, chiedendo solo un “periodo di transizione” per onorare i contratti esistenti fino a marzo.

L’incognita Venezuela

Il vero azzardo dell’accordo riguarda il Venezuela. Sostituire il greggio russo con quello venezuelano è tecnicamente fattibile per le sofisticate raffinerie indiane, ma logisticamente complesso: il viaggio dai Caraibi è molto più lungo e costoso rispetto alle rotte dal Mar Nero.

In definitiva, l’accordo segna un punto di non ritorno. L’India, stretta tra la necessità di accedere al ricco mercato americano e la vecchia amicizia con Mosca, sembra aver fatto la sua scelta: il pragmatismo economico vince sulla lealtà storica. Per Putin, la perdita del mercato indiano rischia di essere il colpo di grazia economico che l’Occidente cercava da anni, spingendo la Russia sempre più verso la dipendenza totale dalla Cina.

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