Se c’era ancora qualche dubbio su chi stesse vincendo la corsa all’oro digitale, la giornata di oggi lo ha cancellato. Con una mossa che ha fatto tremare i mercati da New York a Tokyo, Nvidia, Amazon e Microsoft hanno messo sul piatto un investimento congiunto di 60 miliardi di dollari per OpenAI. Non si tratta solo di un round di finanziamento: è la nascita di un’ “alleanza” che proietta la valutazione della società di Sam Altman oltre i $700 miliardi, secondo alcune fonti persino a 830 miliardi di dollari.
Nvidia e la svolta di Bezos
La parte del protagonista in questo round storico la interpreta Nvidia, pronta a investire fino a 30 miliardi di dollari. Per Jensen Huang, CEO del gigante dei chip, si tratta di un capolavoro di ingegneria finanziaria: i miliardi versati a OpenAI torneranno quasi immediatamente nelle casse di Nvidia sotto forma di ordini per le nuove GPU Blackwell e Rubin, necessarie per addestrare i modelli di prossima generazione.
Ma la vera notizia bomba è l’ingresso di Amazon. Fino a ieri principale sostenitore della rivale Anthropic, il colosso di Jeff Bezos ha rotto gli indugi mettendo sul tavolo oltre 20 miliardi di dollari. L’accordo prevede non solo liquidità, ma un’intesa commerciale che permetterà ad Amazon di vendere i servizi enterprise di ChatGPT direttamente ai propri clienti cloud, sgretolando di fatto l’esclusiva che Microsoft deteneva da anni.
Microsoft, dal canto suo, partecipa con una quota più contenuta (inferiore ai 10 miliardi), una mossa tattica per mantenere la sua influenza senza attirare ulteriormente l’ira dell’antitrust, che ha già acceso i riflettori su queste “acquisizioni ombra”.

Obiettivo Stargate
Perché OpenAI ha bisogno di tutto questo denaro se fattura già 20 miliardi l’anno? La risposta ha un nome in codice: Project Stargate. Altman sta costruendo un’infrastruttura da 500 miliardi di dollari per raggiungere l’Intelligenza Artificiale Generale (AGI). Il progetto prevede data center giganti, come quello in costruzione ad Abilene, Texas, che da soli consumeranno quanto intere nazioni (fino a 10 Gigawatt a regime). I 60 miliardi raccolti oggi sono solo l’anticipo per pagare le spese energetiche e l’hardware necessari a trasformare l’IA da software a industria pesante.
L’IPO è ancora distante
Nonostante la valutazione che farebbe invidia a quasi tutte le società quotate dell’S&P 500, lo sbarco in borsa non è imminente. Il CFO di OpenAI, Sarah Friar, ha raffreddato gli entusiasmi dichiarando che “l’IPO non è nelle carte in questo momento”. La strategia è chiara: con perdite previste di 14 miliardi nel 2026 per sostenere la crescita, OpenAI preferisce restare privata, bruciare capitale fornito dai giganti tech e da fondi sovrani (come SoftBank, che sta negoziando altri 30 miliardi a parte) e prepararsi al grande salto solo quando il progetto Stargate sarà operativo, probabilmente non prima del 2027.
In sintesi, l’intelligenza artificiale è diventata una questione di sovranità infrastrutturale, prenderne parte costa decine di miliardi e i posti al tavolo sono riservati a grandi fondi o a chi possiede le chiavi per la rivoluzione tecnologica in corso.





