In uno scenario geopolitico rovente, con i cieli del Medio Oriente attraversati da droni e missili, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è atterrata a sorpresa a Gedda, in Arabia Saudita. Una missione lampo di due giorni, tenuta segreta fino all’ultimo per stringenti ragioni di sicurezza, che prevede tappe anche in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti. Si tratta della prima visita ufficiale di un leader dell’Unione Europea, del G20 e della NATO nella regione dallo scoppio della guerra aperta tra Stati Uniti, Israele e Iran nel febbraio 2026. L’obiettivo di Palazzo Chigi è chiaro: blindare la sicurezza energetica nazionale, contenere l’impatto della crisi sulle bollette e proteggere gli enormi investimenti industriali italiani nel Golfo Persico.
Il contesto dello shock energetico
La tempistica del blitz diplomatico è dettata dalla pura emergenza macroeconomica. L’escalation militare ha trasformato lo Stretto di Hormuz in un’area di interdizione navale, innescando una paralisi logistica che ha colpito duramente l’approvvigionamento del nostro Paese. Le conseguenze sono immediate e quantificabili: l’Italia ha ricevuto notifica ufficiale dell’estensione della pausa nelle consegne di Gas Naturale Liquefatto (GNL) da parte dei fornitori del Golfo, con la cancellazione di 10 carichi previsti tra aprile e metà giugno 2026. A questo si aggiungono i danni diretti alle infrastrutture: i recenti attacchi iraniani hanno compromesso il 17% della capacità complessiva di esportazione di GNL del Qatar.
L’impatto sull’economia reale italiana non si è fatto attendere. La Banca d’Italia ha recentemente rivisto al ribasso le stime di crescita del PIL per il biennio 2026-2027, citando espressamente l’effetto devastante del conflitto sui prezzi dell’energia e sulla produzione industriale. Per arginare la fiammata inflattiva e i costi logistici, il Governo è dovuto intervenire d’urgenza, prolungando il taglio delle accise sui carburanti fino al 1° maggio con uno stanziamento aggiuntivo di 500 milioni di euro. In questo contesto di crisi, Meloni cerca garanzie dirette dal Principe ereditario saudita Mohammed bin Salman per stabilizzare i flussi e i prezzi del greggio.
In questo disordine globale, le forniture energetiche si pagano anche in sicurezza. Di fronte alla continua minaccia degli sciami di droni iraniani, le monarchie del Golfo hanno inoltrato all’esecutivo italiano pressanti richieste per l’immediata fornitura di sistemi di difesa aerea multistrato, in particolare le avanzate batterie antimissile SAMP-T e sistemi anti-drone.

L’Italia ha garantito la propria assistenza militare difensiva, e questa “diplomazia degli armamenti” ha avuto un immediato riflesso speculativo sui mercati. Mentre a inizio aprile la Borsa di Milano ha registrato pesanti flessioni nei settori legati al ciclo economico espansivo (con l’automotive e le banche in profondo rosso, come il -4,3% di Stellantis), i titoli dell’industria della difesa e delle reti infrastrutturali hanno letteralmente salvato il listino. Leonardo ha messo a segno un balzo del +7,1%, trainata dalla prospettiva di nuovi maxi-contratti nel Medio Oriente, e si sono salvate le grandi utility come Snam e A2A. Eni, pur con qualche scossone (-2,72%), rimane un pilastro degli investimenti italiani nell’area, e la missione di Meloni serve proprio a rassicurare i partner della continuità dell’impegno delle nostre partecipate.
Il nodo dei 10 miliardi
Il dossier principale sul tavolo di Gedda è di natura puramente finanziaria. Nel gennaio 2025, ad Al-Ula, Italia e Arabia Saudita avevano siglato accordi per ben 10 miliardi di dollari. Il pacchetto includeva un ruolo monumentale per SACE (l’agenzia italiana per il credito all’esportazione), che ha garantito un finanziamento di 3 miliardi di dollari fornito da nove banche internazionali per l’avveniristico progetto urbano saudita NEOM, vincolandolo all’utilizzo di PMI e fornitori italiani.
Tuttavia, il persistente calo delle entrate petrolifere mondiali (precedente al conflitto), con il barile di Brent scambiato a ridosso dei 60 dollari, ben al di sotto dei 90 dollari necessari per il bilancio saudita, ha costretto il Public Investment Fund (PIF) a una sostanziale ricalibrazione delle spese. Nel primo trimestre del 2026, il valore dei contratti di costruzione in Arabia Saudita è crollato del 60% e sono stati stralciati appalti per oltre 5 miliardi di dollari nel solo bacino di NEOM, mossa che ha colpito duramente colossi italiani dell’ingegneria come Webuild. La presenza fisica del Presidente del Consiglio a Gedda mira quindi a fungere da scudo istituzionale: l’Italia si propone di supportare questa contrazione di liquidità del PIF mettendo in campo la leva finanziaria statale di SACE per non far fermare i cantieri affidati alle nostre imprese.
L’azione del Governo si spinge anche al lungo periodo. Un pilastro strategico rimane il corridoio logistico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), supportato dal Presidente USA Donald Trump come arma di contenimento geoeconomico contro la Cina e ritenuto da Roma la vera alternativa alle rotte del Mar Rosso.
Parallelamente, Roma punta a incrociare i capitali di Riad con il “Piano Mattei”. SACE ha appena lanciato la “Task Force Africa” e siglato accordi con il colosso energetico saudita ACWA Power e con il Saudi Fund for Development. L’intuizione economica è chiara: l’Italia fornisce il know-how ingegneristico e le garanzie sul credito (con linee che possono superare i 500 milioni di dollari), mentre i partner arabi mettono i capitali necessari per sviluppare gigafactory e progetti infrastrutturali e idrici nei mercati subsahariani, abbattendo il rischio sistemico per le aziende italiane.
Tuttavia, il protagonismo estero del Governo si scontra con una crescente polarizzazione in patria. La partenza della premier ha scatenato le dure reazioni dell’opposizione. Francesco Boccia, capogruppo del PD al Senato, ha accusato Meloni di agire con “sudditanza” verso Donald Trump e di violare palesemente gli articoli 11 e 80 della Costituzione italiana. Al centro dello scontro c’è l’ipotesi che l’Italia partecipi al cosiddetto “Board of peace”, un organismo fortemente voluto dagli USA che, secondo le accuse dei dem, servirebbe in realtà a mascherare una “gigantesca speculazione immobiliare sulla pelle dei palestinesi” aggirando il perimetro multilaterale delle Nazioni Unite.
Il viaggio nel Golfo Persico si rivela quindi un test cruciale non solo per la sicurezza nazionale e i bilanci delle nostre imprese di punta, ma anche per gli equilibri politici del Governo, stretto tra la necessità di preservare l’industria italiana e le crescenti critiche sul riposizionamento atlantico e mediorientale del Paese.





