Se il 2025 doveva essere l’anno della normalizzazione, a Piazza Affari è stato l’anno della rivoluzione. Con l’indice FTSE MIB che ha sfiorato la soglia psicologica dei 45.000 punti (+1,14% nell’ultima seduta dell’anno), il listino milanese scatta una fotografia nitida di un’Italia a due velocità: vince chi possiede reti, sportelli e acciaio; perde chi dipende dall’export globale e dai consumi discrezionali.
La resurrezione di TIM (+104%)
La notizia dell’anno è senza dubbio il ritorno trionfale di Telecom Italia, che chiude il 2025 con un incredibile +104,3%, guadagnandosi la palma di miglior titolo del paniere principale (escludendo le new entry di fine anno). La cura dell’AD Pietro Labriola ha funzionato: liberata dalla zavorra della rete (NetCo) e con il debito sotto controllo, la “nuova” TIM è stata premiata per la solida generazione di cassa in Brasile (+6,1% l’EBITDA della divisione sudamericana) e per il colpaccio strategico dell’anno: l’accordo per riportare i clienti PosteMobile sulla propria rete dal 2026. Quella che per anni è stata una trappola per gli investitori, nel 2025 è diventata la gallina dalle uova d’oro.

Banche e difesa: L’asse portante
Il podio dei vincitori è un monocolore di “economia pesante”.
- Banche: Il “risiko” bancario e i tassi rimasti elevati più a lungo del previsto hanno messo il turbo a Banca Popolare di Sondrio (+102,4%), da molti vista come la prossima preda perfetta per le fusioni, e a BPER Banca (+89,1%). Anche il colosso Unicredit (+85%) continua a macinare record grazie a una politica di buyback aggressiva che ha tenuto alti i prezzi.
- Difesa: Sebbene sia entrata nel FTSE MIB solo il 22 dicembre, Fincantieri è tecnicamente il titolo “reale” con la performance più esplosiva, segnando un +160% virtuale sull’anno. Il riarmo globale e un piano industriale che punta al raddoppio dell’EBITDA hanno reso la cantieristica e la difesa (con Leonardo a +87%) il rifugio sicuro per eccellenza.
Il crollo degli “intoccabili”: Amplifon e Stellantis
Mentre la “vecchia Italia” festeggia, i gioielli globalizzati piangono. Il tonfo più rumoroso è quello di Amplifon, maglia nera del 2025 con un -45,1%. A spaventare il mercato non è stata solo la revisione al ribasso delle stime di crescita (guidance cut), ma l’ingresso prepotente di EssilorLuxottica nel mercato degli apparecchi acustici. Il timore che gli occhiali smart possano “commoditizzare” le protesi acustiche ha innescato una fuga di capitali senza precedenti dal titolo.
Male, anzi malissimo, anche l’auto. Stellantis (-20,8%) e Ferrari (-22,6%) sono le vittime illustri della “Trumponomics”. La conferma dei dazi del 25% sulle auto importate negli USA, voluta dal Presidente Donald Trump, ha colpito al cuore i margini dei produttori europei, costringendo Stellantis a gestire un costoso accumulo di scorte invendute oltreoceano.
Cosa aspettarsi per il 2026
Il messaggio del mercato è chiaro: in un mondo frammentato da dazi e guerre, gli investitori hanno abbandonato le scommesse sulla crescita futura (tech e lusso) per rifugiarsi nella solidità presente (banche e utility). Il 2026 si aprirà con una domanda cruciale: TIM riuscirà a mantenere le promesse di crescita organica ora che l’effetto “ristrutturazione” è esaurito? E soprattutto, i dazi USA daranno il colpo di grazia all’export italiano o apriranno a nuovi accordi? Per ora, a Piazza Affari, si brinda a Prosecco e cedole bancarie.





