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Meta e Google condannate. “I loro algoritmi creano dipendenza e mettono a rischio i minori”

Mar 26, 2026 | Aziende

In due verdetti storici emessi a poche ore di distanza, i colossi Meta (proprietaria di Facebook, Instagram e WhatsApp) e Alphabet (società madre di Google e YouTube) sono stati ritenuti civilmente responsabili per i danni psicologici e i pericoli causati dalla progettazione delle loro piattaforme. Non si tratta più del solito dibattito sulla moderazione dei contenuti generati dagli utenti, ma di una condanna diretta al “design” stesso dei social network, accusato in tribunale di essere ingannevole, intenzionalmente capace di creare dipendenza e strutturalmente pericoloso per i più giovani.

La multa da 375 milioni e lo sfruttamento minorile

A Santa Fe, nel Nuovo Messico, una giuria ha impiegato meno di un giorno di camera di consiglio per sanzionare duramente Meta, ordinando all’azienda di pagare 375 milioni di dollari in sanzioni civili. L’accusa, guidata dal Procuratore Generale Raúl Torrez, ha dimostrato con successo che la società di Mark Zuckerberg ha violato sistematicamente le leggi statali sulla tutela dei consumatori (Unfair Practices Act). Secondo i giurati, Meta ha ingannato il pubblico sulla sicurezza delle piattaforme, nascondendo la consapevolezza dei pericoli di sfruttamento sessuale e anteponendo la logica dei profitti alla protezione dei minori.

Il fulcro investigativo del processo è stata l'”Operazione MetaPhile”, un’indagine sotto copertura in cui agenti statali hanno creato finti profili social fingendosi bambine al di sotto dei 13 anni. I risultati sono stati agghiaccianti: i falsi account sono stati rapidamente sommersi da richieste di amicizia e messaggi a sfondo sessuale da parte di uomini adulti. L’indagine ha portato all’arresto effettivo di alcuni predatori che si erano presentati a finti appuntamenti con quelle che credevano essere dodicenni, ma ha soprattutto dimostrato come gli algoritmi di Meta, ottimizzati per l’engagement, abbiano di fatto agevolato e moltiplicato questi contatti criminali fornendo persino suggerimenti su come accrescere il pubblico di questi profili.

Il Procuratore Torrez ha definito il verdetto “una vittoria storica per ogni bambino e famiglia che ha pagato il prezzo della scelta di Meta di anteporre i profitti alla sicurezza dei bambini”. La battaglia legale, tuttavia, non è finita: a maggio si aprirà una seconda fase processuale in cui un giudice valuterà se le pratiche di Meta costituiscano un “nocumento pubblico”, il che potrebbe sfociare in ordinanze che obbligherebbero l’azienda a modificare tecnologicamente le proprie piattaforme.

Condannata l’ingegneria della dipendenza

Mentre il Nuovo Messico sanzionava la negligenza aziendale sulla sicurezza infantile, a Los Angeles una giuria della Corte Superiore emetteva una condanna altrettanto importante incentrata specificamente sulla dipendenza psicologica. Meta e Google sono state condannate a versare congiuntamente 6 milioni di dollari (suddivisi a metà tra danni compensativi e punitivi) a una giovane ventenne californiana, identificata in aula come Kaley G.M.. La ragazza ha testimoniato di aver iniziato a consumare compulsivamente i video di YouTube a sei anni e di aver aperto Instagram ad appena nove, subendo danni devastanti che l’hanno portata a sviluppare grave depressione, ansia, dismorfismo corporeo e ideazioni suicidarie nel corso dell’infanzia.

I giurati californiani hanno stabilito che le aziende sono state negligenti nel progettare funzionalità specifiche come lo “scrolling infinito”, l’autoplay dei video e i sistemi di notifica incessanti. Questi strumenti, secondo le perizie portate in aula e le tesi dell’accusa, non sono neutrali, ma fungono da “trappole” progettate per rilasciare dopamina e innescare comportamenti compulsivi nei cervelli degli adolescenti ancora in fase di sviluppo. La responsabilità economica e causale è stata ripartita in modo asimmetrico: a Meta è stato attribuito il 70% della colpa (con un risarcimento di 4,2 milioni di dollari), mentre a Google il restante 30% (pari a 1,8 milioni di dollari).

Entrambe le aziende hanno preannunciato ricorso in appello. Meta ha difeso con fermezza i propri protocolli di sicurezza, affermando di lavorare incessantemente per mantenere le piattaforme sicure e rimuovere i malintenzionati. Da parte sua, Google ha tentato di smarcarsi sostenendo che YouTube andrebbe considerato come una piattaforma di streaming televisivo responsabile, al pari della televisione on-demand, e non come un social network con focus relazionale.

Tuttavia, la portata di queste due condanne va ben oltre i milioni di dollari comminati in sanzioni. Il vero incubo per l’economia della Silicon Valley è il progressivo aggiramento della famigerata Section 230, la storica legge federale statunitense del 1996 che fino ad oggi ha garantito un’immunità civile quasi totale alle piattaforme web per i contenuti pubblicati dai loro iscritti. Sfruttando la teoria legale della responsabilità per prodotto difettoso (Product Liability), i legali dell’accusa sono riusciti a convincere i giudici che a causare il danno psichiatrico non sono i post di terzi, ma le architetture ingegneristiche e gli algoritmi di raccomandazione creati dalle aziende stesse.

Questi verdetti gemelli non chiudono semplicemente un caso giurisprudenziale, ma fanno da apripista per un filone titanico (definito Multi-District Litigation) che raccoglie già oltre 2.200 cause civili parallele depositate in tutti gli Stati Uniti da migliaia di famiglie, governi locali e interi distretti scolastici. Molti analisti e giuristi concordano sul fatto che le Big Tech si trovano ora di fronte a una tempesta legale che ricorda da vicino la storica caduta dell’industria del tabacco alla fine degli anni Novanta. Il messaggio inviato dalle giurie americane al resto del mondo è inequivocabile: l’era dell’irresponsabilità social si sta chiudendo, e la salute mentale dei giovani è un debito che le aziende dovranno iniziare a ripagare.

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