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L’Opec+ aumenta la produzione di 206.000 barili, ma il blocco di Hormuz annulla la mossa

Apr 6, 2026 | MacroEconomia

La riunione virtuale dell’Opec+ del 5 aprile 2026 si è conclusa con la mossa dei “barili di carta”. Gli otto principali Paesi produttori di petrolio dell’organizzazione, Arabia Saudita, Russia, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Kazakistan, Algeria e Oman, hanno concordato un aumento delle quote di produzione pari a 206.000 barili al giorno a partire dal mese di maggio.

La mossa, che ha superato le stime iniziali che prevedevano un incremento più modesto di 137.000 barili, si inserisce nel più ampio processo di graduale rientro dai tagli volontari aggiuntivi decisi nell’aprile del 2023. Tuttavia, nel contesto della guerra in corso tra Stati Uniti, Israele e Iran, questo annuncio appare come una goccia in un oceano ormai prosciugato. Il rialzo deciso rischia infatti di restare puramente teorico, poiché il blocco militare e commerciale dello Stretto di Hormuz ha di fatto interrotto gran parte delle esportazioni marittime di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Iraq, che sono ironicamente gli unici membri ad avere l’effettiva capacità di pompare nuovo greggio sui mercati. Urge quindi un accordo che sblocchi il transito dell’export.

Infrastrutture nel mirino

L’assenza di un vero impatto sul mercato fisico non è passata inosservata a Vienna. Il comitato ministeriale congiunto (JMMC) dell’Opec+, tenutosi a margine dell’incontro principale, ha espresso profonda e ufficiale preoccupazione per la catena di attacchi alle infrastrutture energetiche in Medio Oriente. I ministri hanno avvertito che il ripristino degli impianti danneggiati da droni e missili è estremamente costoso e richiederà tempi molto lunghi, incidendo gravemente e in modo strutturale sulla disponibilità complessiva dell’offerta globale di idrocarburi. Il cartello continuerà a monitorare l’evoluzione della situazione, con il prossimo vertice fissato al 7 giugno.

A soffiare sul fuoco della speculazione finanziaria sono state anche le ultime dichiarazioni del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump. Con un nuovo ultimatum, Trump ha minacciato di colpire “in modo estremamente duro” le rimanenti infrastrutture dell’Iran nelle prossime due o tre settimane, una mossa che gli operatori interpretano come l’avanzare di uno shock prolungato. Il passaggio del 20% circa del greggio mondiale attraverso lo Stretto di Hormuz è attualmente paralizzato e l’ansia per un deficit fisico spinge gli acquirenti a una corsa frenetica per accaparrarsi le poche scorte disponibili.

L’Allarme dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA)

Il quadro globale tracciato dalle massime istituzioni energetiche è dai toni apocalittici. Fatih Birol, Direttore Esecutivo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA), ha dichiarato senza mezzi termini che la crisi attuale è considerevolmente peggiore e più vasta degli storici shock petroliferi del 1973 e del 1979 messi insieme.

Secondo le stime dell’IEA, la chiusura di Hormuz e i danni alle infrastrutture in nove differenti nazioni stanno sottraendo al mercato una cifra monstre di circa 11 milioni di barili al giorno. A questo si aggiunge un buco nero per il gas, con circa 140 miliardi di metri cubi di GNL bloccati. Se a marzo il mercato ha potuto respirare grazie all’arrivo dei carichi marittimi già in viaggio prima dello scoppio delle ostilità, “il mese di aprile sarà molto peggio”, ha avvertito Birol, “perché ad aprile non c’è più nulla in arrivo”. Il massiccio rilascio di 400 milioni di barili dalle scorte pubbliche strategiche mondiali è stato definito dallo stesso Birol solo un rimedio temporaneo, utile a mitigare il dolore ma incapace di fornire la cura, che consisterebbe unicamente nella riapertura dello Stretto.

Il contagio logistico sta già colpendo duramente l’Asia. La Cina, la cui rotta vitale da 5,4 milioni di barili al giorno passa proprio per Hormuz, è entrata in modalità di emergenza. Temendo il prosciugamento delle proprie riserve e volendo tutelare il mercato interno, Pechino ha ordinato alle raffinerie statali di sospendere temporaneamente le esportazioni di diesel e benzina verso i mercati esteri, mossa che rischia di affossare le catene di approvvigionamento dell’intero Sud-est asiatico.

Le ricadute sull’economia europea e italiana

Mentre l’Opec+ cerca inutilmente di tranquillizzare i mercati con dichiarazioni di facciata, i costi energetici si preparano a presentare un conto salatissimo alle economie importatrici. L’agenzia di rating S&P ha lanciato un avvertimento diretto: se lo shock petrolifero si dovesse dimostrare duraturo, l’inflazione media nell’Eurozona potrebbe oltrepassare il muro del 5% già tra maggio e giugno 2026. Questo scenario da incubo costringerebbe verosimilmente la Banca Centrale Europea e la Bank of England ad attuare ulteriori rialzi dei tassi di interesse in un momento di fragilità sistemica, trascinando il continente in una recessione tecnica a metà anno.

Anche le istituzioni italiane corrono ai ripari. La Banca d’Italia ha aggiornato al ribasso le stime per la penisola: il Prodotto Interno Lordo (PIL) nazionale crescerà di un misero +0,5% nel 2026, contro il +0,6% stimato a dicembre. Il conflitto e l’innalzamento dei listini delle materie prime andranno inevitabilmente a comprimere la domanda interna nel trimestre in corso. Ma Via Nazionale ha tratteggiato anche uno scenario avverso altamente preoccupante: qualora il prezzo del barile dovesse schizzare oltre i 150 dollari (prospettiva temuta da diverse banche d’affari per il mese di maggio) e rimanere ancorato stabilmente sopra i 120 dollari, per l’Italia si profilerebbe lo spettro della “crescita zero” nel 2026, seguito da una piena recessione tecnica del -0,6% nel 2027.

La crisi dimostra, in maniera inequivocabile, come le leve tradizionali della politica energetica dell’Opec+ siano state ormai disinnescate e rese inefficaci dalla geopolitica. Senza la risoluzione diplomatica del conflitto e il conseguente sblocco del traffico ad Hormuz, gli interventi dell’OPEC+ si riveleranno inutili.

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