Il Medio Oriente è sull’orlo di un nuovo e potenziale conflitto su larga scala. Le forze armate degli Stati Uniti si sono messe “in posizione” e sarebbero tecnicamente pronte a lanciare un attacco militare contro l’Iran già a partire da sabato 21 febbraio. A confermare l’altissimo livello di allerta sono alti funzionari del Pentagono e della Casa Bianca citati da autorevoli media statunitensi, tra cui il New York Times e CBS News.
Nonostante il dispositivo militare sia definito ormai “locked and loaded”, il Presidente Donald Trump non ha ancora firmato l’ordine definitivo. Le discussioni all’interno della Situation Room vengono descritte come “fluide e in corso”, con il Comandante in Capo impegnato a soppesare i gravi rischi di un’escalation regionale rispetto alle conseguenze di un mancato intervento coercitivo. In via precauzionale, e per mitigare il rischio di perdite umane a fronte di possibili rappresaglie missilistiche iraniane, il Pentagono ha iniziato a trasferire temporaneamente parte del personale non essenziale dal Medio Oriente verso l’Europa e gli Stati Uniti.
Il dispiegamento di forze americane è il più imponente dalla guerra in Iraq del 2003. Al gruppo d’attacco della portaerei nucleare USS Abraham Lincoln, già operativo nell’area, si unirà a breve la super-portaerei USS Gerald R. Ford. Un potenziamento accompagnato da decine di caccia di quinta generazione e aerei logistici. Secondo fonti della sicurezza nazionale, l’intero assetto strategico sarà dispiegato in via definitiva entro metà marzo.
Il fallimento diplomatico
La finestra per la diplomazia, intanto, sembra stringersi rapidamente. I recenti colloqui di Ginevra non hanno prodotto la svolta sperata. La portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, pur ribadendo che la diplomazia resta la “prima opzione”, ha avvertito che vi sono “molte motivazioni a favore di un attacco”. Il Vice Presidente JD Vance ha dichiarato che l’Iran si rifiuta ancora di accettare le chiare “linee rosse” americane sul disarmo nucleare. L’amministrazione Usa ha concesso a Teheran due settimane per presentare una controproposta accettabile.
I mercati internazionali stanno già prezzando l’imminenza del conflitto. Spinti dal timore di blocchi navali nello Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio sono schizzati: il greggio WTI ha superato i 65 dollari al barile balzando di oltre il 4%, mentre il Brent ha scavalcato la quota dei 71 dollari. L’oro, bene rifugio per eccellenza nelle crisi geopolitiche, ha recuperato terreno e scambia intorno ai 5.000 dollari l’oncia.
Lo stato di massima allerta coinvolge l’intera area. Israele, profondamente preoccupato dallo stallo negoziale sul nucleare, ha intensificato i propri preparativi militari. L’escalation appare talmente credibile che leader europei, come il Primo Ministro polacco Donald Tusk, hanno ordinato ai propri cittadini di abbandonare immediatamente la Repubblica Islamica. L’orologio della crisi corre veloce, e le prossime decisioni a Washington rischiano di infiammare definitivamente la regione.





