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L’allarme di BlackRock: “Con il petrolio a 150 dollari la recessione globale è inevitabile”

Mar 26, 2026 | MacroEconomia

L’escalation militare in Medio Oriente tra l’asse Stati Uniti-Israele e l’Iran sta tenendo in ostaggio i mercati energetici e le catene di approvvigionamento, rievocando concretamente lo spettro di una crisi macroeconomica sistemica. A tracciare la linea rossa per l’economia mondiale è Larry Fink, fondatore e amministratore delegato di BlackRock, il colosso finanziario statunitense che gestisce circa 14.000 miliardi di dollari di asset globali. Nel corso di una lunga intervista rilasciata alla rete britannica BBC, Fink ha lanciato un avvertimento inequivocabile: se l’attuale instabilità dovesse spingere e consolidare il prezzo del barile attorno alla soglia dei 150 dollari, il mondo precipiterebbe in una recessione che lo stesso CEO ha definito “probabilmente severa e brusca”.

La “tassa regressiva” dell’energia

Il ragionamento del numero uno di BlackRock si fonda sull’impatto immediato e devastante dell’inflazione energetica sul tessuto sociale e industriale. Fink ha spiegato senza mezzi termini che “i prezzi dell’energia in salita sono una tassa molto regressiva”. A pagarne il dazio più alto, sottolinea il manager, non sono le élite finanziarie, ma le fasce più fragili della popolazione: “Colpiscono i poveri più dei ricchi”.

Secondo l’analisi elaborata dai vertici di BlackRock, ci troviamo a un bivio geopolitico dal quale diramano due scenari diametralmente opposti. Nel caso di una rapida de-escalation diplomatica e di un reintegro dell’Iran all’interno della comunità internazionale, i prezzi del greggio potrebbero persino registrare un crollo, scendendo sotto i livelli pre-bellici. Al contrario, se Teheran dovesse confermarsi una minaccia strutturale allo Stretto di Hormuz, lo snodo marittimo vitale attraverso cui transita un quinto del petrolio mondiale e del GNL, l’economia andrebbe incontro a uno shock prolungato con il petrolio incagliato “per anni sopra i 100 dollari, più vicino ai 150”.

I timori sollevati da Fink trovano immediato riscontro nell’estrema volatilità registrata sui listini nel mese di marzo 2026. I mercati avevano registrato una timida e illusoria flessione delle quotazioni del Brent in area 98 dollari, alimentata dalle indiscrezioni su una proposta statunitense in 15 punti mirata a un cessate il fuoco. Tuttavia, il recente e categorico rifiuto del piano da parte del governo iraniano ha fatto immediatamente schizzare di nuovo le quotazioni sopra i 100 dollari al barile. La chiusura de facto di Hormuz, dove i Guardiani della Rivoluzione hanno iniziato a imporre pedaggi e “tasse di transito” alle imbarcazioni, ha generato quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia definisce la più vasta interruzione di forniture della storia, decurtando 20 milioni di barili al giorno dal mercato.

Le proiezioni: 1.000 miliardi in fumo e l’impatto sull’Italia

Qualora l’allarme dei 150 dollari di Fink dovesse effettivamente materializzarsi, le conseguenze macroeconomiche sarebbero storiche. Un’analisi di Bloomberg Intelligence e Bloomberg Economics stima che in uno scenario di guerra diretta prolungata l’economia brucerebbe 1.000 miliardi di dollari di PIL globale, abbattendo la crescita mondiale ad un misero 1,7%. Si tratterebbe del peggior risultato per l’economia globale dal 1982, se si escludono le sole anomalie statistiche della pandemia del 2020 e della crisi finanziaria del 2008. Le banche centrali sono già state costrette a frenare le politiche di allentamento: la BCE ha bloccato i tassi di interesse al 2,00% per il sesto vertice consecutivo, rivedendo bruscamente al rialzo le stime sull’inflazione continentale per il 2026, spingendole al 2,6%.

Anche l’Italia sta già percependo le vibrazioni profonde di questo sisma. Con le medie nazionali dei prezzi alla pompa per benzina e gasolio rapidamente schizzate oltre la critica soglia psicologica dei 2 euro al litro, il Governo Meloni ha dovuto varare in fretta il Decreto-Legge n. 33, introducendo un temporaneo taglio di 25 centesimi delle accise e crediti d’imposta per arginare il panico nel settore della logistica. Nel frattempo, i rendimenti richiesti per rifinanziare il debito sovrano aumentano, con lo spread tra BTP e Bund decennali balzato rapidamente oltre gli 80 punti base, certificando uno scenario che il Ministro dell’Economia ha formalmente inquadrato come un severo “stress test per la finanza pubblica”.

Nessun nuovo 2008: Intelligenza Artificiale e la transizione obbligata

Nonostante questo panorama minaccioso, Fink esorta a non cedere a facili allarmismi infondati. Interrogato dalla BBC su possibili similitudini tra l’odierna crisi energetica e la Grande Recessione innescata dai mutui subprime, il CEO di BlackRock ha fornito una smentita categorica: “Non vedo alcuna somiglianza al 2008. Zero”. L’infrastruttura bancaria contemporanea si dimostra decisamente più resiliente ed equipaggiata rispetto a vent’anni fa.

L’intervista ha anche spaziato su temi di lungo periodo, dove Fink ha respinto la narrativa di una “bolla” legata all’Intelligenza Artificiale (IA), inquadrandola invece come una corsa essenziale per il predominio tecnologico. L’IA e la crisi delle rotte energetiche richiederanno tuttavia un mutamento massiccio della forza lavoro: secondo Fink, le nostre società vedranno un’esplosione della domanda per professionalità tecniche come elettricisti, saldatori e idraulici.

Infine, l’imperativo del leader di BlackRock per affrancarsi dal ricatto del Medio Oriente è guidato dal più crudo pragmatismo operativo. Qualora il greggio dovesse stabilizzarsi attorno alle tre cifre, la faticosa transizione ecologica cesserà di essere un tema puramente ambientale per mutare in urgenza di sicurezza nazionale. L’esortazione di Fink rivolta ai policy-maker mondiali è un manifesto programmatico: “Usa ciò che hai, in modo inequivocabile, ma muoviti aggressivamente e simultaneamente verso fonti alternative stabili”. L’onda d’urto da 150 dollari a barile non minaccia dunque solo di innescare una dura recessione sistemica globale, ma obbligherà i governi di tutto il mondo a ripensare per sempre e con urgenza i paradigmi della sicurezza e dell’approvvigionamento energetico.

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