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La nuova offensiva di Trump: indagine su 60 Paesi per lavoro forzato, nel mirino anche l’Ue e l’Italia

Mar 13, 2026 | Geo/Politica

L’amministrazione di Donald Trump ha lanciato una nuova e vasta offensiva commerciale su scala globale. L’ufficio del Rappresentante per il Commercio degli Stati Uniti (USTR), guidato da Jamieson Greer, ha annunciato l’avvio di un’indagine formale su 60 economie mondiali accusate di non contrastare adeguatamente le pratiche di lavoro forzato. Tra i soggetti coinvolti figurano alleati storici e partner commerciali di primo piano come l’Unione Europea, il Regno Unito, il Canada, il Messico, il Giappone e l’India, oltre a nazioni antagoniste come Cina e Russia.

L’iniziativa si basa sulla Sezione 301 del Trade Act del 1974, uno strumento normativo concepito per sanzionare le pratiche commerciali scorrette che danneggiano gli Stati Uniti. Secondo l’ambasciatore Greer, le aziende e i lavoratori americani sono costretti da troppo tempo a competere con produttori stranieri che godono di un “vantaggio artificiale in termini di costi”. Questo vantaggio deriverebbe dall’incapacità o dalla riluttanza dei governi esteri nell’imporre e far rispettare divieti severi sull’importazione di merci prodotte sfruttando il lavoro forzato all’interno delle loro catene di approvvigionamento.

La corsa contro il tempo dopo lo stop della Corte Suprema

Questa inchiesta si inserisce in una precisa e rapida strategia della Casa Bianca per ricostruire le fondamenta del proprio piano protezionistico, recentemente smantellate da una storica sentenza della Corte Suprema. Lo scorso 20 febbraio, i giudici hanno bocciato i dazi globali imposti da Trump sfruttando i poteri di emergenza dell’IEEPA. In risposta, il presidente ha ripiegato su dazi temporanei del 10% (con la minaccia di alzarli al 15%) utilizzando la Sezione 122 del Trade Act.

Tuttavia, queste misure di emergenza scadranno alla fine di luglio. L’obiettivo dell’amministrazione è quindi quello di concludere le indagini della Sezione 301 prima di quella data, aprendo la strada legale a nuove e permanenti tariffe punitive. La pressione sui partner commerciali è massima: l’indagine sul lavoro forzato si somma infatti a un’altra inchiesta parallela, lanciata solo 24 ore prima contro 16 economie (tra cui sempre l’Ue e l’Italia), accusate di “sovraccapacità strutturale” e sovrapproduzione nel settore manifatturiero.

Le reazioni: l’Europa fa muro, l’Italia predica prudenza

Le mosse di Washington hanno innescato un’immediata opposizione nel Vecchio Continente. La presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, ha lanciato un monito agli Stati Uniti ricordando che “un accordo è un accordo”, in riferimento al patto commerciale siglato a Turnberry la scorsa estate. La von der Leyen ha avvertito che questa spirale protezionistica finirà per favorire solo gli avversari strategici dell’Occidente. Il timore di Bruxelles, esplicitato anche dall’eurodeputato Bernd Lange, è che le nuove indagini portino le tariffe americane a sfondare il tetto massimo del 15% faticosamente negoziato nei mesi scorsi, colpendo duramente settori chiave dell’export europeo.

In Italia, l’impatto potenziale allarma il tessuto produttivo. La vicepresidente di Confindustria, Lucia Aleotti, ha definito l’ipotesi di nuovi dazi punitivi un “colpo mortale” per l’industria continentale, già duramente provata dalle regole del Green Deal e dalla crisi di competitività. Il governo italiano, tuttavia, ha scelto la via della diplomazia e della prudenza. Il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha invitato le imprese a mantenere “calma e gesso” per non diffondere il panico, convocando immediatamente alla Farnesina una “task force dazi” con circa 80 associazioni di categoria e 40 aziende per monitorare l’evoluzione della crisi e proteggere il Sistema Italia. L’obiettivo di Roma rimane quello di privilegiare il dialogo ed evitare contro-ritorsioni premature che potrebbero inasprire ulteriormente i rapporti con un partner strategico come gli Stati Uniti.

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