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La grande vendita di oro della Turchia che ha affossato il mercato per proteggere la Lira

Apr 9, 2026 | MacroEconomia

L’escalation militare in Medio Oriente ha portato conseguenze inaspettate ben oltre i mercati energetici, colpendo duramente le riserve auree di uno dei Paesi strategicamente più esposti. La Turchia ha repentinamente abbandonato il suo ruolo di acquirente per trasformarsi nel più grande venditore di oro fisico al mondo.

Come riportato dal Financial Times, la Banca Centrale della Repubblica di Turchia (CBRT) ha avviato una massiccia operazione di liquidazione, vendendo e scambiando oro per un valore di circa 20 miliardi di dollari nel solo mese di marzo. Per dare un’idea della portata dell’intervento, la Turchia conserva il 60/70% delle proprie riserve in oro e in appena due settimane sono state smobilitate quasi 60 tonnellate di lingotti (58,4 per l’esattezza), segnando il calo di riserve più grande degli ultimi sette anni per Ankara. Dall’inizio del conflitto la Turchia ha venduto oltre 50 tonnellate di oro e impegnato ulteriori 79 tonnellate per ottenere liquidità. Ma cosa ha spinto il Paese a intaccare in modo così aggressivo le proprie riserve strategiche? La risposta va cercata nell’intreccio tra l’attuale crisi geopolitica e la forte dipendenza energetica turca.

La crisi energetica e il crollo della lira

Lo scoppio del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran alla fine di febbraio ha innescato un grave shock sistemico. Con il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, uno snodo cruciale per il commercio globale di idrocarburi, i prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata del 70% in poche settimane, sfiorando i 119 dollari al barile. La Turchia, che importa circa il 90% del proprio fabbisogno energetico , si è trovata in grave difficoltà. L’aumento dei costi ha provocato un rapido deflusso di dollari, necessari per saldare fatture internazionali in costante crescita.

La lira turca, già indebolita da anni di politiche monetarie non convenzionali, è precipitata toccando il minimo storico di 44,59 contro il dollaro. Con l’inflazione interna saldamente ancorata sopra il 30% e le riserve liquide in valuta estera in rapido esaurimento (in calo di circa 40 miliardi di dollari dall’inizio della crisi) , la banca centrale è dovuta correre ai ripari utilizzando l’oro per ottenere liquidità immediata.

Come confermato dai dati ufficiali, l’operazione non si è limitata a una semplice vendita sul mercato aperto. Solo una parte dell’oro è stata venduta a titolo definitivo. La maggioranza è stata invece impiegata come collaterale in complessi accordi di swap valutario.

In sostanza, la banca centrale ha utilizzato il proprio oro (sfruttando anche i depositi all’estero, come quelli presso la Bank of England) per ottenere prestiti immediati in dollari, necessari a sostenere la valuta nazionale, impegnandosi a riacquistare il metallo in futuro a un prezzo prestabilito. Si tratta di una misura di emergenza particolarmente costosa, che evidenzia l’estrema fragilità in cui versa il bilancio statale.

L’impatto sul mercato globale

Questa immensa iniezione di offerta sul mercato ha avuto ripercussioni immediate a livello globale. Contrariamente a quanto accade di solito durante le crisi in Medio Oriente, quando l’oro tende ad apprezzarsi come bene rifugio, a marzo il prezzo globale del metallo è crollato. Registrando una flessione di oltre l’11%, l’oro ha segnato il peggior calo mensile dall’ottobre 2008.

In sole due settimane, la Turchia ha immesso sul mercato più oro fisico di quanto non ne sia uscito complessivamente da tutti i fondi ETF del mondo (circa 43 tonnellate nello stesso periodo). L’eccesso di offerta turca, unita all’aumento dei rendimenti obbligazionari statunitensi e al rafforzamento del dollaro, ha di fatto azzerato il premio di rischio geopolitico dell’oro.

Il paradosso interno

La vicenda presenta anche un interessante risvolto interno. In Turchia l’oro non è solo una voce nel bilancio della banca centrale, ma rappresenta il principale bene rifugio per i cittadini, abituati a proteggere i propri risparmi dalla svalutazione cronica della valuta.

Prima della discesa di marzo, l’aumento dei prezzi aveva fatto lievitare il valore dell’oro detenuto dalle famiglie turche di circa 300 miliardi di dollari, generando un “effetto ricchezza” che sosteneva i consumi e, paradossalmente, alimentava l’inflazione che il governo cercava di combattere. Provocando il crollo delle quotazioni globali per salvare la lira, lo Stato ha inevitabilmente ridotto anche questa ricchezza percepita dai risparmiatori, ottenendo l’effetto collaterale di raffreddare la spesa interna.

Il brusco calo dell’oro rappresenta un importante campanello d’allarme per i mercati. Il caso turco dimostra come le riserve auree sovrane non siano intoccabili, ma possano essere rapidamente smobilizzate quando la sicurezza e gli approvvigionamenti energetici di una nazione sono a rischio. L’interrogativo che ora si pongono gli analisti è per quanto tempo i Paesi emergenti fortemente dipendenti dalle importazioni di energia potranno permettersi di erodere le proprie riserve strategiche per far fronte a shock esterni di questa portata.

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