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La grande frenata dell’AI: Perché i progetti infrastrutturali si stanno scontrando scontrando con la realtà

Apr 8, 2026 | MacroEconomia

Il 2026 era stato annunciato come l’anno del boom infrastrutturale definitivo per l’Intelligenza Artificiale. Eppure, la rivoluzione tecnologica si è scontrata frontalmente con i limiti del mondo fisico: tra il 30% e il 50% dei grandi data center programmati per entrare in funzione quest’anno negli Stati Uniti e a livello globale subirà pesanti ritardi o verrà definitivamente cancellato. Non si tratta di una mancanza di capitali o di un calo della domanda, ma di una sorta di paralisi sistemica causata dalla scarsità di energia, da catene di approvvigionamento al collasso e da una crescente opposizione pubblica.

I “Vaporwatts” e la crisi della rete elettrica

Secondo le analisi di Sightline Climate, per il 2026 era prevista a livello globale la messa in opera di almeno 16 gigawatt di nuova capacità computazionale. Tuttavia, i rilevamenti dei cantieri dimostrano che solamente circa 5 gigawatt risultano attualmente in fase di costruzione attiva. Poiché i tempi di realizzazione di queste mega-strutture variano solitamente dai 12 ai 18 mesi, è empiricamente evidente che gran parte della capacità promessa non vedrà la luce entro fine anno.

A peggiorare la situazione è il fenomeno speculativo che l’industria ha ribattezzato dei “vaporwatts”, ovvero richieste di allacciamento alla rete elettrica presentate ai gestori da sviluppatori che non hanno ancora garanzie reali di cantierizzazione. Questo comportamento inonda le utility di domande fittizie, paralizzando la pianificazione energetica e allungando i tempi d’attesa per un allaccio, che nei poli principali superano ormai i quattro anni.

Mentre l’attenzione mediatica è spesso concentrata sulla carenza dei microchip avanzati, la vera minaccia per l’edificazione dei data center è la mancanza di apparecchiature elettriche basilari. Trasformatori ad alta tensione, quadri elettrici di distribuzione e sistemi di accumulo a batterie scarseggiano a livello mondiale.

Prima del 2020, i tempi di consegna per un grande trasformatore si aggiravano tra i 24 e i 30 mesi; oggi, l’attesa in mercati chiave si è estesa fino a cinque anni. Questa carenza è inasprita dalla feroce concorrenza con le politiche di transizione ecologica, che necessitano dei medesimi componenti manifatturieri per ammodernare le reti pubbliche. Nonostante i tentativi di rafforzare la produzione interna, il mercato nordamericano deve fortemente appoggiarsi alle importazioni dalla Cina e da altri paesi.

Il caso Europa

La pressione non risparmia l’Europa, dove i rigidi requisiti ambientali e la saturazione degli snodi elettrici spingeranno i tassi di sfitto dei data center verso un minimo storico stimato attorno al 6,5% entro la fine del 2026.

In questo contesto, l’Italia sta emergendo come un affascinante laboratorio normativo per arginare la speculazione e gestire le code di connessione, che a inizio anno avevano raggiunto la cifra irrealistica di quasi 79 gigawatt. Il Governo ha risposto varando il DL 21/2026, noto come Decreto Bollette, che istituisce un Procedimento Unico per velocizzare e accorpare le autorizzazioni. L’elemento decisivo è l’introduzione di un’esca: dal momento dell’approvazione tecnica per la connessione da parte di Terna, gli sviluppatori hanno solo 90 giorni per presentare l’intero, costoso dossier della Valutazione di Impatto Ambientale. Questa barriera d’ingresso sta spazzando via le iniziative fantasma, permettendo l’accesso all’infrastruttura solo ai progetti genuinamente capitalizzati.

Ritardi anche per i colossi della Silicon Valley

Persino i consorzi sostenuti dai capitali teoricamente inesauribili delle Big Tech non sono immuni dalle frenate. Il gigantesco “Project Stargate” di OpenAI si è scontrato con lunghe divergenze organizzative, portando alla recente cancellazione dei piani di espansione a 2 gigawatt per l’imponente sito di Abilene in Texas. Analogamente, progetti legati a Meta, come il campus “Project Walleye” in Ohio, stanno esplorando audaci modelli di finanziamento ibridi da 3 miliardi di dollari per sostenere sia l’infrastruttura informatica che una centrale a gas in loco, aumentando però il rischio di ritardi di esecuzione.

Vi è infine un forte attrito territoriale. Sono stati cancellati progetti da oltre un miliardo di dollari nel Michigan a causa delle crescenti preoccupazioni cittadine per il consumo idrico estremo, lo stress elettrico e il rumore degli impianti.

Il 2026 ci sta dimostrando che l’Intelligenza Artificiale non fluttua in un cloud astratto, ma deve poggiare su fondamenta reali. Questo rallentamento infrastrutturale potrebbe paradossalmente funzionare da salutare regolatore per un mercato altrimenti a rischio bolla speculativa, trasformando la rapidità di accesso all’energia elettrica nell’unica metrica che stabilirà chi guiderà davvero l’economia digitale del prossimo decennio.

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