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La fiducia dei consumatori Usa tocca il minimo di sempre a 47,6. L’ombra della stagflazione spaventa l’America

Apr 12, 2026 | MacroEconomia

Le paure per la guerra in Medio Oriente e l’esplosione delle aspettative di inflazione abbattono il morale delle famiglie, polverizzando i record negativi del 2022 e del 1980. Per i mercati è la fine del “soft landing”.

È ufficiale: i consumatori americani non sono mai stati così pessimisti da quando esiste questo indice. Secondo i dati preliminari di aprile 2026 rilasciati venerdì dall’Università del Michigan, l’Indice di Fiducia dei Consumatori è precipitato a quota 47,6. Si tratta di un crollo verticale del 10,7% rispetto al mese precedente , un dato scioccante che spazza via il precedente minimo storico di 50 registrato nel giugno del 2022 (nel pieno dell’emergenza inflattiva post-pandemica) e si posiziona persino al di sotto dei livelli visti durante la prolungata crisi energetica del 1980.

Non è un calo isolato o un’anomalia statistica. Come ha sottolineato Joanne Hsu, direttrice dei sondaggi dell’università, il declino ha radici profonde: “I gruppi demografici di ogni età, reddito e partito politico hanno tutti registrato battute d’arresto nel sentiment, così come ogni singola componente dell’indice, riflettendo la natura diffusa della caduta di questo mese”.

Le cause del crollo

L’innesco di questo tracollo ha una data e un luogo precisi: il 28 febbraio 2026, con lo scoppio del conflitto armato tra Stati Uniti, Israele e Iran. La minaccia al traffico marittimo nel cruciale Stretto di Hormuz ha fatto schizzare in alto i prezzi dell’energia, colpendo in modo spietato le finanze dei cittadini. Nel solo mese di marzo, i prezzi della benzina sono aumentati del 21,2%. Questo ha spinto l’inflazione generale (CPI) a un tasso annuo del 3,3%, il livello più alto da quasi due anni.

Nelle interviste, la maggior parte dei consumatori ha esplicitamente incolpato la guerra in Iran per l’improvviso deterioramento dell’economia. Di conseguenza, le aspettative di inflazione a un anno hanno subito un balzo vertiginoso, passando dal 3,8% di marzo al 4,8% di aprile. Un salto di un intero punto percentuale in sole quattro settimane non si vedeva dall’introduzione dei dazi globali lo scorso anno. Anche le aspettative a lungo termine (5-10 anni) sono salite al 3,4%, segnalando il forte timore pubblico che il carovita sia diventato un problema cronico.

Il consumatore americano non è arrivato a questo nuovo shock geopolitico in perfetta salute. Da oltre un anno, l’economia subisce il peso dei dazi del “Liberation Day”, introdotti nell’aprile 2025. Venduti politicamente come la ricetta miracolosa per far rinascere la manifattura americana e punire le pratiche commerciali scorrette, questi dazi generalizzati hanno in realtà fatto lievitare la tariffa media statunitense a oltre il 17%, segnando il livello più alto dai tempi della Grande Depressione.

Il risultato sul campo è stato desolante: il deficit commerciale dei beni ha toccato la cifra record di 1.230 miliardi di dollari, il settore manifatturiero statunitense ha paradossalmente perso 100.000 posti di lavoro in poco più di un anno e l’agricoltura ha visto aumentare il proprio deficit commerciale. Come confermato da economisti del calibro di Jason Furman e ricercatori del Cato Institute, il 90-95% dei costi aggiuntivi di queste politiche protezionistiche è stato scaricato inesorabilmente sui consumatori finali e sulle piccole imprese americane.

Gli americani, avendo già eroso i loro risparmi per pagare beni importati sempre più cari, sono stati colti del tutto sprovvisti di protezioni finanziarie dalla nuova crisi petrolifera. Non sorprende che, come notato dall’economista Claudia Sahm, oltre il 70% degli americani dichiari ora apertamente che il governo stia facendo un “lavoro pessimo” nella gestione della politica economica.

Wall Street trema : retail sotto pressione

I mercati finanziari hanno recepito il messaggio in modo inequivocabile, scontando l’arrivo della temuta “stagflazione” (alta inflazione unita a stagnazione della crescita economica). Basti guardare cosa è successo ai colossi del commercio al dettaglio il giorno in cui sono usciti i dati sull’inflazione. Costco, nonostante abbia riportato un impressionante aumento delle vendite dell’8,7%, ha visto le sue azioni crollare del 3,25%, diventando la peggiore “mega-cap” della seduta azionaria. Anche il colosso rivale Walmart ha ceduto quasi il 2%.

Il motivo è semplice quanto allarmante per i trader istituzionali: gli investitori sanno perfettamente che l’apparente aumento dei ricavi di Costco è stato gonfiato dai massicci rincari della benzina alle sue stazioni di servizio. Se le famiglie lavoratrici devono destinare la stragrande maggioranza dei loro budget discrezionali per fare il pieno a oltre 4 dollari al gallone, non avranno le risorse economiche per acquistare beni ad alto margine come vestiti, mobili o elettronica. Si prezza già, insomma, una grave recessione dei consumi imminente.

A completare il cupo quadro macroeconomico c’è il mercato obbligazionario. Con l’inflazione che non accenna a scendere e i consumatori alle strette, la Federal Reserve si trova incastrata, impossibilitata a tagliare i tassi di interesse nel breve termine per dare respiro all’economia. I rendimenti dei titoli di Stato del Tesoro a 2 anni rimangono ancorati in alto al 3,81%, mentre il decennale a 30 anni è balzato al 4,91%. Nel frattempo, il dollaro statunitense ha mostrato un’insolita debolezza scendendo verso quota 98,50 nell’Indice DXY , segno evidente che i grandi investitori internazionali temono un prolungato e turbolento rallentamento per gli USA.

Il crollo della fiducia a quota 47,6 non è un semplice sondaggio andato male per caso; per gli analisti è il fragoroso suono di un allarme rosso. Storicamente, quando la media mobile dell’Indice del Michigan si staziona e ristagna a livelli così depressi, l’economia americana sprofonda infallibilmente in una recessione.

I consumatori statunitensi, che da decenni sono il motore trainante dell’economia globale, sono semplicemente esausti. L’ottimistica “narrazione dell’atterraggio morbido” si è schiantata violentemente contro la dura realtà della geopolitica e dei prezzi della benzina, inaugurando una nuova, insidiosa fase economica le cui ripercussioni si faranno sentire pesantemente ben oltre l’anno in corso.

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