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La “Dottrina Donroe”: il nuovo ordine petrolifero di Trump e la scommessa da 400 miliardi

Gen 11, 2026 | Geo/Politica

Di fronte a un 2026 di transizione per i prezzi del greggio, Wall Street conia un nuovo termine per la strategia energetica della Casa Bianca: interventismo mirato e ricostruzione industriale. Ecco chi ne beneficerà.

Se il Presidente James Monroe nel 1823 voleva proteggere le Americhe dalle interferenze europee, la versione 2026 di Donald Trump, ribattezzata dagli analisti di Bernstein “Dottrina Donroe”, ha un obiettivo molto più proattivo: affermare il controllo diretto degli Stati Uniti sugli asset energetici strategici dell’emisfero occidentale e oltre.

In una nota di ricerca pubblicata tra il 9 e il 10 gennaio, che sta già facendo discutere, Bernstein delinea come questa nuova postura geopolitica non miri più a “strangolare” le economie ostili con le sanzioni, ma a “riabilitarle” sotto la stretta supervisione americana per inondare il mercato di greggio controllato.

Venezuela e Iran come nuove frontiere

Il cuore dell’analisi risiede in un calcolo delle opportunità commerciali mancate negli ultimi anni. Bernstein evidenzia come la produzione petrolifera di Venezuela e Iran sia crollata a livelli minimi storici a causa di anni di isolamento politico.

  • Venezuela: Produce oggi circa 0,9 milioni di barili al giorno (bpd), contro i 2,6 milioni del 2016.
  • Iran: Fermo a 3,5 milioni di bpd, lontano dai 6 milioni dei tempi d’oro del 1974.

La “Dottrina Donroe” prevede di colmare questo gap non con la diplomazia, ma con il capitale. Bernstein stima che per riportare questi due giganti ai livelli storici siano necessari investimenti monstre: 40 miliardi di dollari all’anno per i prossimi dieci anni (27 miliardi per il Venezuela e 13 per l’Iran). Un totale di 400 miliardi che dovrà essere speso in trivelle, tecnologie di estrazione e infrastrutture.

2026: L’anno della transizione

Il rapporto avverte però gli investitori di non aspettarsi un boom dei prezzi del petrolio. Al contrario, Bernstein definisce il 2026 un “anno di transizione”, prevedendo che il prezzo del Brent scenderà a una media di 65 dollari al barile, schiacciato da un eccesso di offerta globale di circa 3,5 milioni di barili al giorno. Con lo shale oil americano che raggiunge il suo picco (plateau) e inizia a rallentare, la crescita futura dipenderà proprio dalla capacità di riattivare questi giacimenti internazionali complessi.

Chi vince in borsa: I “ricostruttori”

In questo scenario, comprare semplicemente petrolio non paga. La vera opportunità risiede in chi fornisce i “picconi e le pale” per la Dottrina Donroe. Bernstein, guidata dall’analista Guillaume Delaby, identifica tre titoli chiave nel settore dei servizi petroliferi (OFS) che combinano esposizione agli USA e capacità operative globali :

  1. Schlumberger (SLB): Il gigante tecnologico dei servizi, capace di gestire la complessità dei greggi pesanti venezuelani. Bernstein stima che Venezuela e Iran rappresentino già un potenziale latente importante per i suoi ricavi.
  2. Tenaris (TS): Leader nei tubi d’acciaio senza saldatura. Senza tubi nuovi, non c’è riabilitazione dei pozzi. Il titolo è valutato “Outperform” con un target price di 21€ (circa 49$), grazie a prospettive di cassa solide per il 2026.
  3. Vallourec (VK): Il concorrente francese, anch’esso ben posizionato per beneficiare della fame di infrastrutture.

In sintesi

La “Dottrina Donroe” segna il passaggio dalla diplomazia all’intervento delle trivelle. Per gli investitori, il messaggio di Bernstein è chiaro: mentre il prezzo del barile potrebbe languire nel breve termine, la massiccia spesa in conto capitale necessaria per realizzare la visione di Trump creerà un ciclo decennale di profitti per le aziende di servizi industriali più strutturate.

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