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Intel: battute le stime nel Q4 ma la guidance causa il crollo in borsa (-17%)

Gen 25, 2026 | Aziende

Venerdì 23 gennaio 2026 verrà ricordato come una delle giornate più buie per Intel Corporation. In una seduta di borsa caratterizzata da volumi di scambio quasi triplicati rispetto alla media, il titolo del colosso dei chip ha subito un crollo verticale del 17,03%, chiudendo a 45,07 dollari.   

A prima vista, la reazione del mercato appare inspiegabile: poche ore prima, Intel aveva presentato un quarto trimestre (Q4 2025) in calo YoY ma abbastanza solido, battendo le stime di Wall Street sia sui ricavi che sugli utili. Tuttavia, scavando oltre la superficie dei numeri passati, emerge una realtà molto più preoccupante delineata dal management per l’inizio del 2026. Gli investitori non hanno punito i risultati ottenuti, ma hanno capitolato di fronte a una guidance (previsione) disastrosa e all’ammissione di gravi problemi strutturali nella catena di approvvigionamento.   

Le prospettive pesano

Il rapporto finanziario presentato giovedì sera raccontava la storia di un’azienda in ripresa. Intel ha chiuso il 2025 con un fatturato trimestrale di 13,7 miliardi di dollari, superando le attese degli analisti ferme a 13,4 miliardi. Ancora più sorprendente è stato l’utile per azione (EPS) non-GAAP di 0,15 dollari, quasi il doppio rispetto ai 0,08 dollari previsti dal consenso.   

Il segmento Data Center and AI (DCAI), cruciale per il futuro dell’azienda, ha mostrato muscoli inaspettati con una crescita del 9% anno su anno, raggiungendo i 4,7 miliardi di dollari.   

Tuttavia, l’entusiasmo è evaporato nell’istante in cui il CFO David Zinsner ha delineato il futuro immediato. Per il primo trimestre del 2026, Intel prevede ricavi compresi tra 11,7 e 12,7 miliardi di dollari, con un punto medio (12,2 miliardi) nettamente inferiore ai 12,6 miliardi attesi da Wall Street. Il dato più scioccante riguarda la redditività: l’azienda stima un utile per azione pari a zero (breakeven), mancando clamorosamente la previsione di profitto di 0,05 dollari.   

La crisi della supply chain

Perché un’azienda che batte le stime oggi prevede di non fare profitti domani? La risposta risiede in una crisi dell’offerta che sta paralizzando la capacità di Intel di capitalizzare la domanda.

Durante la conference call, il management ha utilizzato un’espressione che ha gelato gli analisti: “Hand-to-mouth” (vivere alla giornata). Le scorte di prodotti finiti sono crollate al 40% del picco storico, lasciando l’azienda senza “polmone” per soddisfare gli ordini.   

Il problema non è la mancanza di clienti, in quanto la domanda di server AI è ai massimi storici, ma l’incapacità fisica di produrre abbastanza chip completi. L’impedimento non riguarda tanto il silicio, quanto il packaging avanzato (tecnologie come EMIB e Foveros) e la scarsità di substrati, componenti essenziali per assemblare i moderni processori a “chiplet”. Mentre i concorrenti corrono, Intel è costretta a lasciare soldi sul tavolo perché non riesce a consegnare la merce. Zinsner ha avvertito che questa situazione di scarsità toccherà il fondo nel primo trimestre, con una sperata ripresa solo a partire dal secondo trimestre del 2026.   

I problemi della fonderia

Un altro fattore critico che ha spinto gli investitori alla vendita è la performance della divisione Intel Foundry, il pilastro della strategia di rinascita IDM 2.0. Nel quarto trimestre, la divisione ha generato ricavi per 4,5 miliardi di dollari, ma ha registrato una perdita operativa monstre di 2,5 miliardi.   

Il dato più allarmante, però, è la composizione di questi ricavi: la quasi totalità proviene dalle divisioni interne di Intel. I ricavi da clienti esterni sono stati appena 222 milioni di dollari, una cifra irrisoria che segnala la difficoltà dell’azienda ad attrarre grandi clienti come Apple o Qualcomm nelle sue fabbriche.   

Inoltre, il CEO Lip-Bu Tan, subentrato a Pat Gelsinger nel marzo 2025, ha scelto la via della brutale onestà riguardo al nodo tecnologico 18A, su cui Intel scommette tutto per superare TSMC. Sebbene i primi prodotti (Panther Lake) siano stati spediti, Tan ha ammesso che i rendimenti produttivi (yields) sono “ancora sotto i livelli che vorrei”, segnalando che i costi di produzione rimangono troppo alti per garantire margini sani nel breve termine.   

La fuga verso la concorrenza

Il crollo di Intel ha innescato un immediato riposizionamento dei portafogli. Il mercato vede la debolezza di Intel non come un problema settoriale, ma come un’opportunità per i suoi rivali diretti. Mentre Intel perdeva il 17%, AMD ha guadagnato il 2,35% e NVIDIA l’1,54%. La logica degli investitori è spietata: se Intel non può consegnare i chip server a causa di problemi di supply chain, i clienti aziendali non aspetteranno, ma si rivolgeranno ad AMD per i loro data center.   

Conclusioni

L’era di Lip-Bu Tan è iniziata all’insegna del realismo, segnando una netta rottura con l’ottimismo spesso eccessivo della precedente gestione Gelsinger. Tuttavia, la trasparenza ha un prezzo. Rivelando la profondità dei problemi di produzione e l’assenza di profitti previsti per l’inizio del 2026, Intel ha infranto la fragile fiducia che stava cercando di ricostruire. Il messaggio di Wall Street è inequivocabile: in un mercato dominato dalla frenesia dell’AI, non c’è spazio per chi “vorrebbe ma non può”. Intel deve risolvere i suoi problemi di packaging e rendimento produttivo in tempi record, o rischia di diventare uno spettatore marginale nella più grande rivoluzione tecnologica del decennio.

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