Il vuoto di potere a Caracas ha già un padrone, e non siede nel palazzo di Miraflores. A 48 ore dall’operazione “Absolute Resolve” che ha portato alla cattura e al trasferimento a New York di Nicolás Maduro, Donald Trump ha rimosso ogni velo di diplomazia: gli Stati Uniti, ha dichiarato, sono ora “al comando” del Venezuela.
Mentre Maduro attende la sua prima udienza in un tribunale federale di Brooklyn con l’accusa di narco-terrorismo, l’attenzione globale si sposta sulla brutale partita a scacchi tra Washington e la leadership residua del chavismo.

«Faccia la cosa giusta o pagherà»
Al centro del mirino c’è Delcy Rodríguez, la vicepresidente ascesa al ruolo di presidente ad interim. Nonostante i suoi tentativi di aprire un canale diplomatico, invitando gli USA a “collaborare su un’agenda di cooperazione”, la risposta dall’Air Force One è stata gelida. Trump ha lanciato un ultimatum che suona come una sentenza: Rodríguez deve sottostare alle direttive americane per la transizione o «pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di quello di Maduro».
La strategia della Casa Bianca è chiara: non c’è spazio per negoziati tra pari. Trump ha esplicitamente affermato che gli USA “gestiranno” il Paese fino a quando non sarà garantita una transizione sicura, bypassando di fatto anche l’opposizione tradizionale venezuelana, la cui leader Maria Corina Machado è stata liquidata dal tycoon come priva del supporto necessario per governare in questo caos.
Il petrolio e la “ricostruzione” americana
Il motore immobile di questa accelerazione geopolitica resta l’energia. Trump non ha usato mezzi termini: l’obiettivo è garantire “accesso totale” alle riserve petrolifere per le compagnie americane. Il piano prevede che le major statunitensi entrino nel Paese per “ricostruire” le infrastrutture distrutte e recuperare i crediti storici, una mossa che i mercati osservano con estrema cautela mentre il prezzo del greggio oscilla.
L’Italia si schiera, il mondo si divide
L’intervento ha spaccato la comunità internazionale, ma ha consolidato l’asse Roma-Washington. Mentre l’Unione Europea fatica a trovare una voce univoca, la Premier italiana Giorgia Meloni ha definito l’intervento “legittimo”, inquadrandolo come una necessaria azione di difesa contro minacce ibride e narco-terrorismo, distinguendosi per un supporto più netto rispetto ai partner continentali. Diametralmente opposta la reazione di Mosca e Pechino, che vedono sgretolarsi un decennio di investimenti strategici, e dei governi di sinistra dell’America Latina (Brasile e Colombia in testa), terrorizzati dal precedente creato: un cambio di regime militare imposto direttamente da Washington senza mandato ONU.
Lo scenario globale: dalla giungla ai ghiacci
Che si tratti dell’inizio di una nuova “Dottrina Monroe” iper-aggressiva lo conferma un altro fronte, apparentemente distante. Nelle stesse ore in cui minacciava Caracas, Trump ha ribadito che gli USA “hanno assolutamente bisogno della Groenlandia” per motivi di difesa contro Cina e Russia, ignorando le proteste della Danimarca. Dai Caraibi all’Artico, il messaggio del 5 gennaio è univoco: l’America di Trump non chiede permesso, prende posizione.





