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Il piano Usa in 15 punti per la pace e il complesso scacchiere di Trump in Iran

Mar 25, 2026 | Geo/Politica

Mentre i caccia israeliani e statunitensi continuano a martellare il territorio iraniano nella quarta settimana di conflitto, dalla Stanza Ovale della Casa Bianca il presidente americano Donald Trump lancia una clamorosa offensiva diplomatica: i colloqui di pace sono ufficialmente aperti.

“Siamo in trattativa proprio in questo momento”, ha annunciato Trump ai giornalisti, ostentando l’ottimismo di chi ritiene di avere la vittoria in pugno. “Abbiamo vinto militarmente. La loro marina, la loro aviazione e le loro comunicazioni sono state decimate”. Le parole del presidente delineano una strategia di diplomazia coercitiva, che punta a trasformare la devastazione infrastrutturale dell’Iran e l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei in un accordo decisivo sulla Repubblica Islamica.

Il misterioso “regalo” e la tregua energetica

A innescare questa accelerazione verso la pace è stato un gesto distensivo da parte di Teheran. Trump ha rivelato di aver ricevuto un “regalo molto grande” e di “enorme valore” legato al petrolio e al gas. Pur non scendendo in dettagli tecnici, la concessione riguarda chiaramente lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale per l’economia globale. Messo alle strette dall’ultimatum americano, il Consiglio di Difesa iraniano ha infatti acconsentito al passaggio alle navi degli stati “non belligeranti”.

In cambio di questa apertura, che ha immediatamente fatto scendere il prezzo del petrolio Brent sotto la soglia di allarme dei 100 dollari al barile (assestandosi a circa 98 dollari) , Trump ha autorizzato una tregua di cinque giorni sui raid aerei mirati contro le centrali elettriche e le infrastrutture petrolifere iraniane.

Il piano in 15 punti

Il nucleo dell’offerta americana è un rigido piano in 15 punti, recapitato a Teheran attraverso la mediazione del Pakistan, che si è offerto di ospitare i vertici negoziali a Islamabad. La proposta prevede un cessate il fuoco di 30 giorni per permettere lo svolgimento dei colloqui e impone condizioni massimaliste.

Tra le richieste chiave imposte a Teheran figurano: lo smantellamento totale delle infrastrutture nucleari e la consegna all’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) di circa 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%; l’impegno permanente a non dotarsi mai dell’arma atomica; l’interruzione di ogni finanziamento alle milizie regionali (come Hezbollah e Hamas) e la garanzia di libertà di navigazione assoluta nello Stretto di Hormuz. Se l’Iran dovesse accettare, Washington metterebbe sul piatto la revoca completa delle sanzioni internazionali e l’assistenza per lo sviluppo di un programma nucleare puramente civile ed energetico.

Le smentite di Teheran e il “Nuovo Regime”

Nonostante Trump abbia schierato un team di negoziatori di primissimo livello, tra cui il vicepresidente J.D. Vance, il Segretario di Stato Marco Rubio e l’inviato speciale Steve Witkoff , la posizione pubblica dell’Iran rimane improntata allo scontro verbale.

I vertici militari e diplomatici della Repubblica Islamica continuano a bollare come “fake news” le indiscrezioni sui negoziati. Il colonnello Ebrahim Zolfaghari, portavoce militare di Teheran, ha liquidato le dichiarazioni americane in modo sprezzante: “I vostri conflitti interni sono giunti al punto in cui negoziate con voi stessi?”. Per il governo iraniano, nessuna stabilità sarà possibile finché le forze armate del Paese non torneranno a garantire la sicurezza del Golfo.

Per Trump, tuttavia, questo disallineamento riflette la realtà di un Paese sotto shock. Il presidente Usa ha descritto la situazione interna iraniana come un “cambio di regime de facto” dovuto alla brutale eliminazione dei vertici storici. L’effettivo potere è ora nelle mani di una leadership di transizione e di Mojtaba Khamenei, nominato d’urgenza come successore del padre alla guida del Paese, in un contesto dominato dalle Guardie della Rivoluzione.

L’incognita Israele e il rischio escalation

La più grande minaccia alla tregua progettata dalla Casa Bianca sembra arrivare però proprio dal suo principale alleato. Se l’amministrazione Usa preme per cristallizzare i successi sul tavolo negoziale, il governo israeliano di Benjamin Netanyahu tira dritto con la sua “Operation Roaring Lion”.

Noncurante delle aperture diplomatiche, Israele ha appena lanciato pesanti raid aerei contro quartier generali della sicurezza a Teheran e Isfahan e ha confermato piani di espansione territoriale nel sud del Libano, con l’intento di spingere Hezbollah oltre il fiume Litani e creare una vasta zona cuscinetto.

Il divario tra l’urgenza economica globale, la fragile diplomazia di Washington, l’intransigenza bellica israeliana e l’orgoglio ferito dell’Iran rende le prossime ore decisive.

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