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Il paradosso dei dazi: come il Messico ha vinto la guerra commerciale di Trump

Dic 28, 2025 | MacroEconomia

Doveva essere l’anno del collasso economico, schiacciato dalla “mano pesante” della politica commerciale americana. Invece, il 2025 si chiude con una sorpresa che sta costringendo gli analisti di Wall Street a riscrivere i loro modelli: il Messico non è solo sopravvissuto alla guerra dei dazi, ne è uscito vincitore.

Secondo un’approfondita analisi pubblicata dal Wall Street Journal, l’economia messicana ha sfidato ogni previsione catastrofica. All’inizio dell’anno, quando l’amministrazione statunitense ha imposto tariffe aggressive sui beni importati, con l’obiettivo dichiarato di proteggere la manifattura USA e punire le delocalizzazioni, il consenso generale era che il Messico, dipendente per l’80% dall’export verso il vicino del Nord, avrebbe subito un colpo devastante.

I dati raccontano una storia diametralmente opposta. Le esportazioni manifatturiere messicane verso gli Stati Uniti non sono crollate; sono cresciute di circa il 9% (precisamente l’8,6% nei primi dieci mesi dell’anno). Questo boom inaspettato ha portato le entrate totali da esportazione a superare la soglia record di 600 miliardi di dollari, segnando un massimo storico per il Paese latinoamericano.

Il segreto del successo: non auto, ma chip

Il “miracolo” messicano nasconde però un cambiamento strutturale profondo. Se storicamente il motore era l’industria automobilistica, quest’anno il settore auto ha sofferto, registrando un calo del 4,9% a causa dei dazi mirati e della complessa transizione all’elettrico.

A trainare la crescita è stato invece il settore tecnologico e dei beni strumentali. Le esportazioni di elettronica, macchinari e componenti per data center sono esplose (+16%), alimentate dalla vorace domanda americana di infrastrutture per l’Intelligenza Artificiale.

La Cina come “fantasma”

Ironia della sorte, la guerra commerciale contro la Cina ha finito per favorire proprio il Messico. Con i prodotti cinesi colpiti da tariffe proibitive (spesso superiori al 60%), le aziende americane si sono riversate a sud del confine per trovare fornitori alternativi, un fenomeno noto come nearshoring. Il Messico è diventato così il “rifugio sicuro” per le catene di approvvigionamento globali: abbastanza vicino per garantire consegne rapide, abbastanza integrato per aggirare i blocchi geopolitici più duri.

Come sottolinea il Wall Street Journal, il Messico si ritrova oggi nella posizione invidiabile di “vincitore inaspettato”: un beneficiario accidentale ma estremamente resiliente di uno scontro globale che doveva, sulla carta, essergli fatale.

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