Il colosso danese della logistica navale Maersk ha annunciato la sospensione temporanea di due rotte commerciali cruciali che collegano il Medio Oriente all’Asia e all’Europa. La decisione, seguita da manovre simili della compagnia tedesca Hapag-Lloyd, è una diretta conseguenza dell’escalation militare tra Stati Uniti, Israele e Iran, che sta paralizzando il Golfo Persico e minacciando l’intera catena di approvvigionamento globale.
Le misure adottate dai giganti del mare per proteggere equipaggi e carichi sono drastiche. Maersk ha interrotto i servizi FM1 (che collega l’Estremo Oriente al Medio Oriente) e ME11 (che unisce il Medio Oriente all’Europa). Inoltre, le navi in servizio tra il Medio Oriente e il Nord Europa non faranno più scalo nello strategico hub portuale di Jebel Ali, negli Emirati Arabi Uniti. Anche Hapag-Lloyd ha bloccato i collegamenti navetta locali nel Golfo e le rotte marittime tra l’Asia, l’India e il bacino del Mediterraneo. Di fatto, le compagnie stanno dirottando le imbarcazioni verso la lunghissima rotta del Capo di Buona Speranza, aggiungendo settimane ai tempi di transito ed evitando sia il Canale di Suez che lo Stretto di Hormuz.
Il nodo della crisi è proprio lo Stretto di Hormuz, l’arteria marittima più importante al mondo per il mercato energetico, attraverso cui transita solitamente quasi un terzo di tutti i flussi marittimi di greggio globale, pari a circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno. A causa dei pesanti bombardamenti, degli affondamenti militari e delle esplicite minacce di interdizione alla navigazione, il traffico commerciale delle petroliere e delle grandi navi cargo in quest’area è collassato, bloccando una zona ormai considerata ad altissimo rischio bellico.
Le ripercussioni macroeconomiche di questo stallo sono immediate. I prezzi del petrolio Brent hanno superato di slancio la soglia degli 87 dollari al barile con rialzi vicini al 20% in pochi giorni. I mercati temono che il greggio possa sfondare a breve la quota dei 100 dollari, innescando una nuova, rovinosa fiammata inflazionistica su trasporti e beni di consumo a livello mondiale.
Non solo energia
Tuttavia, il problema non riguarda esclusivamente l’energia. Il Medio Oriente funge da hub vitale per l’esportazione di input industriali e agricoli primari. Attraverso lo Stretto transita il 33% dei fertilizzanti globali, e dai porti emiratini, ora in grave difficoltà operativa, parte il 15% della produzione mondiale di polietilene, materia plastica imprescindibile per packaging e manifattura.
Senza valide alternative logistiche via terra in grado di assorbire i volumi del trasporto navale e con lo spazio aereo regionale ampiamente limitato per motivi di sicurezza, la crisi innesca uno shock di approvvigionamento senza precedenti recenti. Come ha avvertito apertamente il Fondo Monetario Internazionale, il mondo rischia di scivolare verso uno scenario di recessione e “stagflazione”, piegato dai rincari energetici, dall’esplosione dei noli assicurativi marittimi e dalla rottura delle catene globali del valore.





