flexile-white-logo
M
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Generic selectors
Exact matches only
Search in title
Search in content
Post Type Selectors
Ricevi le News della settimana
Direttamente nella tua email ogni sabato i titoli di tutti i nuovi articoli della settimana Eleva!

Gli USA preparano “operazioni prolungate” contro l’Iran. Fallita la diplomazia, si muovono le portaerei

Feb 14, 2026 | Geo/Politica

La crisi tra Stati Uniti e Iran ha superato il punto di non ritorno. Fonti del Pentagono confermano oggi che l’amministrazione Trump non sta più valutando semplici raid punitivi, ma ha attivato i piani per “operazioni militari prolungate” della durata di diverse settimane.

L’obiettivo non è più solo il contenimento: nel mirino ci sono l’intero programma nucleare e, soprattutto, l’arsenale missilistico di Teheran, considerato ora la minaccia immediata per la stabilità globale.

La svolta: “Settimane, non giorni”

Fino a ieri, lo scenario prevalente prevedeva attacchi chirurgici simili all’Operazione Midnight Hammer del 2025. Le rivelazioni odierne cambiano tutto: Washington si prepara a una campagna aerea sostenuta per smantellare sistematicamente le capacità offensive della Repubblica Islamica. A conferma dell’escalation, il Presidente Trump ha ordinato alla USS Gerald R. Ford, la portaerei più avanzata al mondo, di lasciare i Caraibi e fare rotta verso il Medio Oriente per unirsi al gruppo d’attacco della USS Abraham Lincoln, già presente nell’area. È la più grande concentrazione di potenza navale americana nella regione dai tempi della guerra in Iraq.

Il fallimento dei negoziati in Oman

La decisione militare arriva dopo il collasso dei tentativi diplomatici. I colloqui indiretti tenutisi la scorsa settimana a Muscat, in Oman, tra l’inviato USA Steve Witkoff e il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, si sono chiusi con un nulla di fatto. Il nodo cruciale sono i missili balistici: mentre Teheran si è detta disposta a discutere di nucleare, ha definito il proprio arsenale missilistico “non negoziabile”. Per la Casa Bianca, spinta anche dalle pressioni del premier israeliano Netanyahu, volato d’urgenza a Washington l’11 febbraio, questa posizione è inaccettabile.

Un regime all’angolo

Il momento non è casuale. L’Iran è scosso da gennaio da proteste interne senza precedenti, soffocate nel sangue con oltre 30.000 morti stimati e una repressione brutale che ha alienato la popolazione dal regime. Con la Guida Suprema Khamenei costretta a nascondersi in un bunker e l’economia al collasso, gli strateghi americani potrebbero vedere in un attacco massiccio la spallata finale per un cambio di regime, scenario che Trump ha definito ieri come “la cosa migliore che potrebbe accadere”.

Mentre a Monaco il Segretario di Stato Marco Rubio cerca di rassicurare gli alleati europei promettendo che “l’America non agirà da sola se non necessario” , nel Golfo Persico il tempo della diplomazia sembra essere scaduto. L’ultimatum è silenzioso, ma le portaerei in movimento parlano chiaro: se Teheran non cederà sui missili, la risposta americana sarà, come detto dal Trump stesso, “molto traumatica”.

Condividi questo articolo sui tuoi social

Di più da Eleva

Steve Jobs: non inseguire i soldi

In questa intervista Steve Jobs spiega che chi vuole aprire un’azienda non può farlo soltanto con lo scopo di lucrarci, in quanto il risultato finanziario dell’azienda è la conseguenza di un’idea rivoluzionaria e spesso sono...