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Gli Stati Uniti e Israele valutano l’invio di truppe di terra in Iran per sequestrare l’uranio arricchito

Mar 8, 2026 | Geo/Politica

Washington e Tel Aviv si stanno preparando per quella che potrebbe diventare la fase più delicata e pericolosa del conflitto mediorientale in corso. Secondo le indiscrezioni rivelate dal portale d’informazione Axios, gli Stati Uniti e Israele stanno attivamente discutendo l’invio di unità operative speciali in territorio iraniano. L’obiettivo di questi raid mirati non sarebbe un’invasione militare su vasta scala, bensì la messa in sicurezza o la distruzione fisica dell’arsenale nucleare e petrolifero di Teheran.

A confermare la gravità dello scenario sono arrivate, a cavallo tra il 7 e l’8 marzo 2026, le dichiarazioni dirette del Presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Parlando con i giornalisti a bordo dell’Air Force One, Trump non ha affatto escluso l’opzione terrestre: “Ad un certo punto forse lo faremo. Sarebbe un’ottima cosa. Non ci siamo ancora andati dietro, ma è qualcosa che potremmo fare più in là”.

L’obiettivo: 450 kg di uranio e lo spettro della bomba atomica

Al centro dei piani del Pentagono c’è una scorta stimata in 450 chilogrammi di uranio arricchito al 60%. Questa quantità, se ulteriormente raffinata fino alla soglia critica del 90%, sarebbe sufficiente per realizzare ben 11 testate nucleari nel giro di poche settimane.

Attualmente, gran parte di questo materiale è sepolto sotto le macerie di complessi sotterranei pesantemente fortificati, come il sito di Isfahan, già colpito dai bombardamenti americani e israeliani. L’intelligence americana, tuttavia, ritiene che l’uranio possa essere ancora accessibile agli scienziati iraniani attraverso un “punto di accesso molto stretto” sfuggito alla distruzione totale.

Per scongiurare il rischio di lasciare in mano all’Iran questo materiale, Washington sta valutando due opzioni operative ad altissimo azzardo. La prima prevede l’esfiltrazione e la rimozione fisica dell’uranio dall’Iran tramite truppe d’élite. La seconda immagina l’infiltrazione in zona di guerra di scienziati esperti, potenzialmente anche personale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), incaricati di diluire chimicamente il materiale direttamente sul posto sotto la protezione delle forze speciali, rendendolo inerte per scopi militari. A confermare l’inevitabilità di un’azione fisica è stato il Segretario di Stato Marco Rubio, che in un briefing al Congresso ha dichiarato senza mezzi termini: “Le persone dovranno andare a prenderlo”.

La “dottrina Trump”

Il Presidente Trump ha giustificato la fattibilità di questa incursione terrestre sostenendo che, a causa della massiccia campagna di bombardamenti aerei iniziata a fine febbraio, le forze iraniane sarebbero “così decimate da non essere in grado di combattere a terra”. Mostrando un’incrollabile fiducia nell’andamento del conflitto, che ha già portato all’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei , Trump ha commentato con spavalderia l’estensione del conflitto: “Non mi annoio. Non c’è nulla di noioso in questo”, vantandosi di aver già “decimato il loro intero impero del male”.

Ma l’uranio non è l’unico bersaglio caldo. I vertici militari statunitensi stanno valutando parallelamente un’operazione militare per assumere il controllo fisico dell’Isola di Kharg. Da questo importantissimo terminale marittimo transita circa il 90% delle esportazioni di petrolio greggio iraniano. La sua occupazione equivarrebbe a recidere definitivamente l’epicentro dell’economia della Repubblica Islamica.

Mentre l’Iran reagisce lanciando droni e missili balistici verso le basi USA nei Paesi del Golfo e alti funzionari militari di Teheran minacciano esplicitamente di bombardare il reattore nucleare israeliano di Dimona in caso di “regime change” , l’o spettro’ipotesi di soldati americani in azione sul territorio iraniano rischia di trasformare una massiccia campagna aerea in uno scontro frontale senza precedenti.

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