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Ferrari declassata da Morgan Stanley: target ridotto a $425

Dic 8, 2025 | Finanza

Per anni, Ferrari è stata l’eccezione alla regola: un titolo che correva più veloce del mercato, trainato dal mito dell’invincibilità e da margini operativi degni di una maison di moda più che di un costruttore auto. Ma questo dicembre 2025 segna una brusca frenata. La banca d’affari americana Morgan Stanley ha deciso di togliere il piede dall’acceleratore, declassando il titolo da “Overweight” a “Equal-weight” e tagliando drasticamente il prezzo obiettivo da 520 a 425 dollari.  

La mossa dell’analista Edouard Aubin non è solo un aggiustamento tecnico, ma un segnale che la “luna di miele” tra Wall Street e Maranello potrebbe essere finita, almeno per ora. Ecco i motivi chiave di questo cambio di rotta.

Il paradosso della scarsità

Il cuore del problema è matematico. Ferrari ha scelto di restare fedele al dogma del fondatore: produrre sempre un’auto in meno di quanto richiesto dal mercato. Morgan Stanley stima che, per proteggere l’esclusività del marchio e il valore dell’usato, la crescita dei volumi da qui al 2030 sarà anemica, fermandosi a un +1,5% annuo. Un dato che impallidisce se confrontato con il +6% registrato nell’ultimo decennio.  

Per gli azionisti, questo è un dilemma: la strategia è perfetta per mantenere il marchio nel segmento ultra-lusso, ma toglie benzina al motore della crescita degli utili nel breve termine. Senza vendere più auto, Ferrari deve alzare i prezzi, ma anche i super-ricchi hanno un limite, specialmente in un contesto di tassi d’interesse volatili che ha già raffreddato i prezzi delle “Rosse” sul mercato secondario.  

L’incognita elettrica

C’è poi l’elefante nella stanza: la prima Ferrari elettrica, attesa per fine 2025. Se banche come JPMorgan vedono nell’internalizzazione della produzione (con il nuovo “E-Building”) un vantaggio competitivo , Morgan Stanley vede rischi. Costruire in casa motori e batterie comporta costi fissi enormi che peseranno sui margini proprio mentre la crescita dei ricavi rallenta. Inoltre, resta il dubbio amletico: i puristi accetteranno una Ferrari senza il rombo del motore termico? Un’accoglienza tiepida del modello elettrico potrebbe compromettere gli obiettivi al 2030, che prevedono un mix di vendite composto per il 20% da veicoli a batteria.  

Rumors e realtà

A complicare il quadro ci sono i “rumors” di mercato, insoliti per un brand intoccabile. Nonostante le smentite ufficiali di Maranello, che dichiara il “tutto esaurito”, persistono voci su una presunta fatica nel piazzare tutti gli slot della nuova hypercar F80 da 3,6 milioni di euro. Sebbene non confermate, queste indiscrezioni alimentano il timore che il potere di determinazione dei prezzi (pricing power) di Ferrari non sia infinito.  

Tori contro Orsi

Non tutti, però, vedono nero. Il mercato si è spaccato in due fazioni. Da un lato i “cauti” come Morgan Stanley e CFRA (target $425), che ritengono il titolo ancora troppo caro a 38 volte gli utili. Dall’altro gli “ottimisti” come RBC e UBS, che considerano il recente calo in Borsa (il titolo ha perso circa il 17% da inizio anno) come un’occasione d’oro per comprare un asset di qualità a prezzi di saldo, scommettendo che la personalizzazione estrema compenserà i bassi volumi.  

In conclusione, Ferrari sta entrando in una nuova fase di “normalità”. Non più un titolo growth a crescita esplosiva, ma una “compounder” di lusso che deve gestire una transizione tecnologica delicata. Per gli investitori, il messaggio di Morgan Stanley è chiaro: allacciare le cinture, la strada per i 500 dollari è ora più ripida e tortuosa.

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