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Dopo il Venezuela, Trump punta la Groenlandia. La Casa Bianca: “L’uso della forza è un’opzione”

Gen 7, 2026 | Geo/Politica

WASHINGTON/COPENAGHEN L’ordine mondiale post-1945 sta tremando sotto il peso di una singola frase pronunciata martedì dalla Sala Stampa della Casa Bianca. Appena 72 ore dopo il blitz delle forze speciali statunitensi a Caracas che ha portato alla cattura di Nicolás Maduro, l’amministrazione Trump ha spostato il mirino a nord, trasformando quella che nel 2019 sembrava una bizzarra proposta immobiliare in una concreta crisi di sicurezza globale.

“Sempre un’opzione” Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, ha rilasciato ieri una dichiarazione che mette a dura prova rapporti transatlantici. Leavitt ha affermato senza mezzi termini:

“Il Presidente Trump ha reso ben noto che acquisire la Groenlandia è una priorità di sicurezza nazionale… e, naturalmente, l’utilizzo delle Forze Armate degli Stati Uniti è sempre un’opzione a disposizione del Comandante in Capo.”

Non è più solo retorica negoziale. Sull’onda dell’Operazione Absolute Resolve in Venezuela, condotta senza l’approvazione del Congresso, la minaccia di un intervento unilaterale contro un territorio alleato NATO appare ora credibile. Stephen Miller, Vice Capo di Gabinetto, ha rincarato la dose con una sicurezza glaciale: “Nessuno combatterà militarmente gli Stati Uniti per il futuro della Groenlandia”, mettendo persino in dubbio la legittimità della sovranità danese sull’isola.

La NATO sull’orlo del baratro La risposta dall’Europa è stata immediata e gravissima. La Prima Ministra danese Mette Frederiksen ha tracciato una linea rossa che, se varcata, potrebbe significare la fine dell’Alleanza Atlantica.

“Se gli Stati Uniti decidono di attaccare militarmente un altro paese NATO, allora tutto si ferma… inclusa la nostra NATO e quindi la sicurezza che è stata fornita dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.”

In una rara dimostrazione di unità, i leader di Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia hanno firmato una dichiarazione congiunta con la Danimarca, ribadendo che “la Groenlandia appartiene al suo popolo” e respingendo ogni tentativo di coercizione.

Il gioco delle parti

Mentre la Casa Bianca agita lo spettro dell’invasione, altri esponenti dell’amministrazione tentano di ammorbidire i toni, rivelando una strategia di “massima pressione”. Jeff Landry, recentemente nominato Inviato Speciale per la Groenlandia, ha dichiarato in un’intervista alla CNBC di non credere che Trump sia “pronto a sequestrare” l’isola, suggerendo invece che l’obiettivo sia “un’indipendenza della Groenlandia con legami economici verso gli USA”.

Parallelamente, il Segretario di Stato Marco Rubio, in briefing riservati al Congresso, avrebbe assicurato che l’obiettivo primario rimane l’acquisto pacifico, usando la minaccia militare come leva negoziale per costringere Copenaghen a cedere.

Perché ora?

L’urgenza di Trump è dettata dalla competizione per le risorse e dalla posizione strategica dell’isola. Con la Russia che militarizza l’Artico e la Cina che cerca accessi commerciali, Washington vede la Groenlandia, ricca di terre rare e cruciale per il rilevamento missilistico, come l’ultimo baluardo da assicurare a ogni costo. “La Groenlandia è coperta da navi russe e cinesi ovunque”, ha sostenuto Trump, giustificando l’azione come una necessità di “deterrenza”.

Con il Congresso americano diviso e l’Europa in allarme, i prossimi giorni saranno decisivi. La domanda che aleggia nelle cancellerie occidentali non è più se Trump faccia sul serio, ma fino a che punto si spingerà per ridisegnare la mappa del mondo con la forza.

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