Il dato mensile tocca i massimi da tre anni, ma il 2025 si chiude mancando i target. L’industria resta in deflazione mentre i mercati scommettono su nuovi stimoli.
Il Dragone mostra timidi, e forse ingannevoli, segnali di risveglio. I dati diffusi oggi dall’Ufficio Nazionale di Statistica rivelano che l’indice dei prezzi al consumo (CPI) è salito dello 0,8% su base annua a dicembre 2025, registrando il ritmo di crescita più rapido dal marzo 2023. Tuttavia, dietro questo “picco” si celano dinamiche contrastanti che raccontano un’economia ancora in cerca di equilibrio.
Il fattore meteo e il carrello della spesa
L’accelerazione di fine anno non segnala un improvviso boom dello shopping da parte delle famiglie cinesi, ma è dovuta principalmente a fattori temporanei legati all’offerta. Un inverno rigido ha colpito duramente le catene logistiche, facendo schizzare i prezzi delle verdure fresche del 18,2%. Anche il ciclo della carne suina, componente fondamentale della dieta cinese, sta offrendo una tregua: pur rimanendo in calo del 14,6%, la flessione è meno drastica rispetto ai mesi precedenti, riducendo l’impatto negativo sull’indice generale. Al netto di queste componenti volatili, l’inflazione “core” (esclusi cibo ed energia) resta piatta all’1,2%, confermando che la domanda interna reale rimane debole.
Le fabbriche ancora in “rosso”
Il vero campanello d’allarme arriva dal settore industriale. L’indice dei prezzi alla produzione (PPI) è sceso dell’1,9%, segnando il 39° mese consecutivo di deflazione. Se da un lato i settori legati alla transizione verde (come rame e litio) vedono i prezzi salire grazie alla domanda statale, l’industria pesante tradizionale soffre ancora: i prezzi dell’acciaio sono crollati del 4,7%, vittime della persistente crisi del mercato immobiliare che non accenna a risolversi.
Target mancati e realismo per il 2026
Il dato più politico di oggi è il fallimento degli obiettivi 2025. L’anno si chiude con un’inflazione praticamente nulla, mancando clamorosamente il target governativo del “circa 3%” fissato dodici mesi fa. Di fronte a questa realtà, Pechino si prepara a ridimensionare le ambizioni. Gli analisti prevedono che per il 2026 l’obiettivo di inflazione verrà abbassato a un più realistico 2%, una mossa che molte province cinesi come Henan e Jiangsu hanno già anticipato nei loro piani locali.
La reazione dei mercati Nonostante le ombre, le borse hanno reagito con composta speranza. L’indice Hang Seng di Hong Kong ha chiuso in leggero rialzo (+0,20%), trainato dai titoli tecnologici. Il ragionamento degli investitori è pragmatico: un’economia che manca i target e mostra ancora fragilità strutturali costringerà il governo a intervenire con nuovi e più massicci stimoli fiscali nel corso dell’anno.





