Di fronte alla minaccia esistenziale di un blocco totale delle esportazioni verso gli Stati Uniti, il Primo Ministro canadese chiarisce la natura dell’intesa con Pechino: “Nessun accordo di libero scambio, rispetteremo i nostri obblighi nordamericani”.
L’intesa diplomatica tra Ottawa e Pechino è durata meno di una settimana. Domenica, il Primo Ministro canadese Mark Carney ha tentato di disinnescare quella che minacciava di diventare la più grave crisi commerciale nella storia moderna del Canada, chiarendo che il suo governo “non ha alcuna intenzione” di perseguire un accordo di libero scambio (FTA) con la Cina.
La precisazione, arrivata con un tono decisamente più cauto rispetto ai proclami di “partnership strategica” dei giorni precedenti, è una risposta diretta e necessaria all’ultimatum lanciato dalla Casa Bianca. Sabato, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva minacciato di imporre dazi immediati del 100% su tutti i beni canadesi se Ottawa avesse permesso alla Cina di usare il Canada come una “porta di servizio” (o “Drop Off Port”) per inondare il mercato americano.
La causa delle tensioni
Al centro della disputa c’è l’accordo di “rettifica” siglato da Carney a Pechino a metà gennaio 2026. L’intesa prevede che il Canada riduca i dazi sui veicoli elettrici (EV) cinesi dal 100% al 6,1% per una quota limitata di 49.000 unità all’anno, in cambio della riduzione delle tariffe cinesi sulla colza (canola) e altri prodotti agricoli canadesi, vitali per l’economia delle province occidentali.
Per Trump, che ha fatto del protezionismo automobilistico il pilastro del suo secondo mandato, questa mossa è un tradimento dello spirito dell’accordo USMCA (noto in Canada come CUSMA). “Se il Canada fa un accordo con la Cina, verrà immediatamente colpito,” ha tuonato Trump sulla sua piattaforma Truth Social, avvertendo che la Cina “divorerebbe” il Canada.

La difesa tecnocratica di Carney
Messo alle strette, Carney ha dovuto camminare su un filo sottilissimo. Parlando ai giornalisti domenica, ha insistito sul fatto che l’intesa con Pechino non viola l’Articolo 32.10 dell’USMCA, la clausola che impone ai membri di notificare agli alleati qualsiasi negoziato di libero scambio con “economie non di mercato”.
“Quello che abbiamo fatto con la Cina è rettificare alcune questioni sviluppatesi negli ultimi anni”, ha dichiarato Carney, sottolineando la differenza semantica tra un aggiustamento tariffario limitato e un accordo di libero scambio completo. “Rispettiamo i nostri impegni nell’ambito del CUSMA e non abbiamo intenzione di perseguire accordi di libero scambio con economie non di mercato senza previa notifica”.
Una frattura interna e continentale
La mossa di Carney ha isolato Ottawa non solo a Washington, ma anche in patria. Il Premier dell’Ontario, Doug Ford, il cui distretto industriale dipende interamente dall’integrazione con l’industria auto americana, ha attaccato duramente l’apertura ai veicoli cinesi, definendoli “veicoli spia” e un rischio per la sicurezza nazionale. Anche il Messico, anticipando l’ira di Trump, si era già allineato agli USA imponendo dazi pesanti sull’auto cinese all’inizio dell’anno.
Mentre si avvicina la revisione congiunta dell’USMCA prevista per il luglio 2026, la posizione del Canada appare precaria. Il tentativo di Carney di “diversificare” il commercio canadese, invocando a Davos un ruolo più autonomo per le “medie potenze” , si è scontrato con la brutale realtà della “Fortezza Nord America” voluta da Trump. La marcia indietro di domenica potrebbe aver evitato i dazi immediati, ma la fiducia tra i due storici alleati è ai minimi storici





