I mercati energetici globali sono stati travolti da un’ondata di volatilità senza precedenti nelle ultime ore, intrappolati in un braccio di ferro geopolitico e comunicativo tra Washington e Teheran sul controllo del vitale Stretto di Hormuz.
Martedì 3 marzo il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump è intervenuto pesantemente per placare il panico scatenato dal blocco militare iraniano. Trump ha annunciato che la Marina militare statunitense scorterà le petroliere commerciali in transito nello Stretto, garantendo al contempo coperture assicurative a prezzi calmierati tramite un’agenzia federale americana. Il messaggio inviato era inequivocabile: gli Stati Uniti metteranno in campo la loro forza militare per assicurare il libero flusso globale di energia a tutte le compagnie di navigazione.
La reazione degli investitori è stata fulminea. Rassicurati dalla prospettiva di uno scudo militare diretto e scommettendo su una rapida risoluzione della crisi logistica, i trader hanno innescato una massiccia correzione. I prezzi del greggio, che erano in forte ascesa, sono crollati di circa l’8% dai loro massimi di giornata. L’illusione di una normalizzazione ha fatto temporaneamente tirare un sospiro di sollievo all’economia mondiale.
Tuttavia, il sollievo si è rivelato prematuro. L’apparato militare di Teheran ha risposto colpo su colpo per smantellare la narrativa di sicurezza americana. Attraverso l’agenzia di stampa FARS, vicina alle istituzioni statali, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) ha smentito categoricamente le rassicurazioni di Washington. Mohammad Akbarzadeh, ufficiale della Marina dell’IRGC, ha dichiarato senza mezzi termini che lo Stretto di Hormuz rimane sotto il “completo controllo” della Marina iraniana, avvertendo che qualsiasi imbarcazione tenti il transito rischia di subire danni devastanti da missili o droni.
Questa brusca presa di coscienza ha frantumato l’ottimismo dei mercati. Realizzando che la promessa di scorte navali statunitensi non è attuabile già ora, e che per il momento non basta ad annullare l’elevatissimo rischio balistico in un braccio di mare così stretto, i prezzi del petrolio hanno registrato un immediato rimbalzo. Il greggio Brent ha rapidamente recuperato il terreno perso dopo l’intervento di Trump, tornando a superare la soglia degli 82,50 dollari al barile e riposizionandosi quasi sui massimi dettati dalla crisi geopolitica. Un chiaro segnale che, in questo momento, i mercati prezzano il rischio di guerra reale molto più delle dichiarazioni di deterrenza.





