Si è appena concluso il weekend che riscrive il futuro dell’auto europea. Quello che fino a poche settimane fa sembrava un dogma intoccabile del Green Deal – lo stop totale alla vendita di auto a benzina e diesel dal 2035 – è stato smantellato sotto i colpi della realpolitik industriale e della crisi economica. La notizia, anticipata dalla stampa tedesca e confermata da fonti interne al Partito Popolare Europeo (PPE), anticipa l’annuncio ufficiale: l’obiettivo di riduzione delle emissioni per il 2035 scenderà dal 100% al 90%.
Il “Salvacondotto” del 10%
Quel 10% di margine rappresenta la vittoria politica di Berlino-Roma. Manfred Weber, leader del PPE, è stato lapidario nel confermare la svolta: “Il divieto tecnologico ai motori a combustione è fuori dal tavolo”. In termini pratici, questo significa che una quota di veicoli con motore tradizionale potrà continuare ad essere immatricolata. Ma la vera rivoluzione risiede nel ritorno alla “neutralità tecnologica”: l’accordo apre ufficialmente le porte ai carburanti sintetici (e-fuels) e, con una vittoria strategica per il governo italiano, ai biocarburanti. I motori termici potranno restare in vita, a patto di essere alimentati con queste fonti alternative, considerate neutre dal punto di vista delle emissioni.
Le pressioni politiche
La decisione non è un fulmine a ciel sereno, ma il risultato di mesi di pressing asfissiante guidato dal cancelliere tedesco Friedrich Merz e dalla premier italiana Giorgia Meloni. A piegare la Commissione von der Leyen non è stata l’ideologia, ma i numeri impietosi della crisi. Con la Germania che ha visto svanire oltre 100.000 posti di lavoro nel settore automotive e un mercato dell’elettrico che stenta a decollare senza incentivi statali, il rischio sociale era diventato insostenibile. “Non c’è nulla di verde in un deserto industriale”, avevano avvertito i leader dei sei paesi “ribelli” (Italia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovacchia) in una lettera congiunta che ha fatto breccia a Palazzo Berlaymont.

Borsa in festa, ambientalisti in rivolta
I mercati finanziari hanno reagito con immediato ottimismo alla prospettiva di un rallentamento della transizione forzata. A Piazza Affari, il titolo Stellantis ha registrato un rialzo dell’1,85%, con il CEO Antonio Filosa che ha accolto con favore le revisioni richieste dalla Germania, definendole necessarie per il ritorno alla crescita del settore. Di tutt’altro tenore la reazione del fronte ambientalista e dei costruttori che avevano scommesso tutto sull’elettrico puro. Greenpeace ha definito la mossa un “grave errore” che rallenterà la lotta climatica , mentre la Spagna, guidata da Pedro Sanchez, si è detta contraria a qualsiasi allentamento, temendo che l’incertezza normativa possa congelare gli investimenti miliardari già pianificati per le gigafactory nella penisola iberica.
Cosa succede ora?
L’ufficialità arriverà domani, martedì 16 dicembre, con la presentazione del nuovo pacchetto automotive della Commissione Europea. Tuttavia, il segnale politico è già irreversibile: l’Europa non è più disposta a sacrificare la sua industria manifatturiera sull’altare del “tutto elettrico”. Il 2035 non è più un muro invalicabile, ma una data che segnerà la convivenza, e non la sostituzione totale, delle tecnologie sotto il cofano delle nostre auto.





