Non c’è tregua natalizia per i giganti della Silicon Valley. Questa mattina l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha sanzionato le società del gruppo Apple per oltre 98,6 milioni di euro. L’accusa è pesante: abuso di posizione dominante nel mercato delle app su iOS, in violazione dell’articolo 102 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea.
Al centro del ciclone c’è la gestione della privacy, trasformata secondo l’Antitrust da scudo per gli utenti a vantaggio contro i concorrenti. Sotto la lente è finita l’App Tracking Transparency (ATT), la funzione introdotta da Cupertino nel 2021 che obbliga gli sviluppatori a chiedere il permesso agli utenti prima di tracciare i loro dati pubblicitari.
Il trucco del “doppio consenso”
Il nodo della questione è tecnico ma dalle conseguenze economiche devastanti. L’Antitrust ha rilevato che il prompt (la richiesta di autorizzazione) imposto da Apple agli sviluppatori terzi è obbligatorio, ma non sufficiente a soddisfare le severe normative europee del GDPR.
Questo crea un cortocircuito burocratico: chi crea un’app è costretto a chiedere il consenso due volte — una per soddisfare Apple, l’altra per la legge. Questa duplicazione genera stanchezza nell’utente e porta a un rifiuto massiccio del tracciamento. Il risultato? Un danno enorme per gli sviluppatori che vivono di pubblicità, mentre Apple, che non si sottopone alle stesse rigide barriere per i propri servizi pubblicitari, ne esce avvantaggiata.
Una goccia nell’oceano dei profitti
Nonostante la cifra possa sembrare alta, per le casse di Cupertino rappresenta poco più di un “errore di arrotondamento”. Con un fatturato trimestrale che supera regolarmente i 100 miliardi di dollari, la multa è stata accolta con freddezza dai mercati. Il titolo Apple al NASDAQ (AAPL) non ha subito scossoni, scambiando intorno ai 273 dollari, vicino ai massimi storici toccati a inizio mese. Gli investitori sembrano aver ormai metabolizzato le sanzioni europee come un semplice “costo operativo”.
Il fronte comune europeo
La decisione italiana non è isolata. Si inserisce in una scia di provvedimenti analoghi, come quello dell’aprile scorso in Francia (150 milioni di euro per motivi simili) e la maxi-multa da 1,8 miliardi inflitta dalla Commissione UE per il caso Spotify. È il segnale che l’Europa sta stringendo le maglie: la privacy è sacra, ma non può diventare un pretesto per chiudere il mercato.
Apple farà quasi certamente ricorso al TAR del Lazio, difendendo la sua politica come l’unico modo per garantire la sicurezza degli utenti. Ma il messaggio dell’AGCM è chiaro: nemmeno chi possiede le chiavi dell’iPhone può decidere le regole del gioco da solo.





