Dopo mesi di “guerra fredda commerciale” e minacce tariffarie, la distensione tra Stati Uniti e India è arrivata con un annuncio a sorpresa che ridisegna la mappa energetica e geopolitica globale. Il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il Primo Ministro indiano Narendra Modi hanno finalizzato oggi un accordo commerciale che prevede un taglio drastico dei dazi statunitensi sulle merci indiane, in cambio di una svolta radicale nella politica estera di Nuova Delhi: l’abbandono del petrolio russo.
La fine della “guerra dei dazi”
L’annuncio, diffuso inizialmente da Trump tramite la sua piattaforma Truth Social, conferma che gli Stati Uniti ridurranno la tariffa reciproca sulle importazioni indiane dal 25% al 18% con effetto immediato. Viene inoltre eliminata la penalità aggiuntiva del 25% che l’amministrazione Trump aveva imposto come ritorsione specifica per gli acquisti indiani di greggio da Mosca.
Per l’economia indiana, si tratta di una boccata d’ossigeno vitale. Il taglio posiziona l’India in una fascia di vantaggio competitivo rispetto a rivali regionali come Vietnam e Bangladesh, che affrontano tariffe superiori. La reazione dei mercati è stata euforica: la Borsa di Mumbai ha registrato un balzo immediato, con i titoli del settore tessile (come Kitex e Trident) che hanno guadagnato fino al 20%, anticipando un boom dell’export verso l’America.
Il prezzo dell’accordo: addio a Mosca?
Tuttavia, la concessione americana ha un prezzo geopolitico altissimo. Trump è stato inequivocabile: “Egli [Modi] ha accettato di smettere di comprare petrolio russo”. Secondo il Presidente USA, questa mossa è pensata per “aiutare a porre fine alla guerra in Ucraina” tagliando una delle ultime arterie finanziarie di Vladimir Putin.
Per sostituire il greggio russo, che copriva circa il 40% del fabbisogno indiano, l’accordo prevede un massiccio aumento degli acquisti di energia dagli Stati Uniti e, a sorpresa, dal Venezuela. Questa apertura verso Caracas segna un cambio di paradigma possibile solo dopo i recenti stravolgimenti politici in Venezuela, che hanno riportato le riserve del paese sudamericano nell’orbita di influenza statunitense.
Il giallo diplomatico
Mentre Washington celebra la vittoria negoziale, a Nuova Delhi e Mosca la narrazione è più sfumata.
- Il silenzio di Modi: Nel suo comunicato ufficiale, il Primo Ministro indiano ha ringraziato Trump per la riduzione dei dazi al 18%, definendola “meravigliosa”, ma ha evitato accuratamente di menzionare lo stop al petrolio russo, mantenendo quella che gli analisti definiscono un’ambiguità strategica necessaria per gestire l’uscita morbida dalla partnership con Mosca.
- L’imbarazzo del Cremlino: Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, ha dichiarato oggi di “non aver ricevuto alcuna comunicazione ufficiale” dall’India riguardo allo stop degli acquisti, ribadendo che la partnership strategica tra i due paesi rimane solida. Una dichiarazione che maschera il timore di perdere il più grande acquirente rimasto per il greggio degli Urali.
Le reazioni interne: “resa” o realismo?
In India, l’accordo ha scatenato tensioni politiche. L’opposizione, guidata da Rahul Gandhi del Congresso, ha accusato il governo Modi di “svendita” e “resa totale” di fronte alle pressioni americane, sollevando dubbi sulla sicurezza energetica nazionale e sui rischi per il settore agricolo, che Trump sostiene sarà aperto a “dazio zero” per i prodotti USA.
Cosa succede ora
Se implementato come descritto da Trump, questo accordo segna la fine della neutralità indiana sulla guerra in Ucraina e un riallineamento decisivo di Nuova Delhi verso l’Occidente. Resta da vedere se le raffinerie indiane riusciranno a sostituire tecnicamente i barili russi con quelli venezuelani e americani senza causare shock inflazionistici interni. Per ora, i mercati festeggiano i dazi al 18%, mentre la diplomazia mondiale attende di vedere se i rubinetti del petrolio russo verso l’India si chiuderanno davvero.





