L’Unione Europea e l’Australia hanno siglato oggi uno storico Accordo di Libero Scambio (FTA), accompagnato da un inedito Partenariato per la Sicurezza e la Difesa. L’intesa, ratificata a Canberra dalla Presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen e dal Primo Ministro australiano Anthony Albanese, abbatterà i dazi su quasi la totalità delle merci scambiate, garantendo all’industria europea un risparmio stimato in oltre un miliardo di euro all’anno.
Dietro la firma di questo patto, atteso da otto anni, c’è una chiara urgenza geopolitica: creare uno scudo strategico contro la morsa del neoprotezionismo. Le recenti politiche tariffarie degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump, che hanno colpito l’export europeo con dazi industriali dal 15% fino al 50% su acciaio e alluminio, unite alle pratiche di coercizione economica della Cina, hanno spinto Bruxelles e Canberra ad accelerare i negoziati. Come sottolineato da von der Leyen, di fronte a un mondo sempre più incerto, l’UE e l’Australia stanno unendo le forze per garantire stabilità e catene di approvvigionamento resilienti.

I termini dell’accordo
Il cuore industriale dell’accordo risponde a precise necessità complementari. L’Unione Europea si assicura un accesso privilegiato e senza dazi ai minerali critici australiani, come litio e cobalto, indispensabili per la transizione ecologica e per ridurre la dipendenza dai monopoli cinesi. L’intesa vieta esplicitamente a Canberra di imporre tasse all’esportazione su queste materie prime, garantendo mercati prevedibili. In cambio, l’Australia aprirà le porte all’industria manifatturiera europea: nel settore automobilistico, la soglia della tassa sulle auto di lusso per i veicoli elettrici verrà innalzata a 120.000 dollari australiani (circa 72.000 euro), garantendo un enorme vantaggio competitivo alle case automobilistiche continentali rispetto ai rivali asiatici.
Se l’industria festeggia, l’agricoltura divide. Per proteggere i propri agricoltori ed evitare rivolte interne, Bruxelles ha concesso all’Australia quote di esportazione di carne estremamente limitate: solo 30.600 tonnellate annue per la carne bovina (di cui poco più della metà a dazio zero per capi allevati a erba) e 25.000 tonnellate per la carne ovina. La reazione del mondo agricolo australiano è stata furibonda: le associazioni di categoria, come Cattle Australia, hanno definito l’accordo “patetico” e “spaventoso”, sottolineando l’enorme disparità rispetto alle quasi 164.000 tonnellate concesse di recente dall’UE alla Nuova Zelanda.

L’Italia, al contrario, incassa una vittoria senza precedenti sul fronte agroalimentare. L’accordo stabilisce la protezione assoluta e il divieto di imitazione per oltre 340 Indicazioni Geografiche europee nel mercato australiano. Ben 57 di queste sono eccellenze italiane, tra cui Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma, San Daniele, Gorgonzola, Chianti e Prosecco. Falsi storici e “sounding” subiranno un progressivo phase-out, a eccezione di alcune tutele storiche per i produttori locali. Prodotti di punta come vino, cioccolato e pasta vedranno le imposte doganali azzerate sin dal primo giorno. Nonostante i chiari vantaggi, il fronte italiano guidato da Coldiretti e Filiera Italia mantiene alta la guardia, esigendo che l’Europa applichi controlli doganali rigorosi al 100% per garantire che le importazioni rispettino gli stessi standard sanitari e ambientali imposti agli agricoltori europei.
Oltre il commercio: il patto militare
La natura rivoluzionaria dell’intesa risiede nella sua innervatura militare. Il Security and Defence Partnership (SDP), siglato il 18 marzo, eleva l’Australia a partner primario per la sicurezza del blocco europeo. Il patto prevede una cooperazione strutturata su cybersicurezza, protezione delle rotte marittime nel cruciale quadrante Indo-Pacifico, contrasto alle minacce ibride e sviluppo dell’Intelligenza Artificiale per scopi difensivi. A sigillare l’unione tecnologica, l’Australia avvierà l’associazione a Horizon Europe, il colossale programma europeo per la ricerca scientifica.
In definitiva, questo accordo dimostra che le democrazie occidentali stanno riorganizzando la globalizzazione sui valori, ora come non mai l’antidoto primario contro la frammentazione globale e le guerre commerciali.





