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L’allarme di Ray Dalio: “Siamo in stagflazione, se la Fed taglia i tassi perde ogni credibilità”

Apr 28, 2026 | MacroEconomia

Il panorama macroeconomico globale si trova a un crocevia pericoloso, e il celebre investitore Ray Dalio non usa mezzi termini per descriverlo: l’economia americana è sprofondata in una fase di stagflazione. In un momento di estrema incertezza, caratterizzato da prezzi dell’energia alle stelle a causa della guerra in Iran, il fondatore di Bridgewater Associates ha lanciato un monito severo e diretto al probabile futuro governatore della Federal Reserve, Kevin Warsh. Un taglio dei tassi di interesse in questo preciso frangente storico, avverte Dalio, equivarrebbe a un disastro per l’autorevolezza della banca centrale.

Il ritorno dell’incubo stagflazione

Intervistato lunedì 27 aprile dalla rete televisiva CNBC, Dalio ha offerto una diagnosi dell’attuale scenario. “Siamo certamente in un periodo di stagflazione”, ha dichiarato con fermezza. I dati sembrano dargli ragione: la crescita economica statunitense ha subito una brusca frenata, mentre l’inflazione continua a mantenersi ostinatamente al di sopra del target istituzionale del 2%.

In questo contesto tossico, le continue pressioni esercitate dall’amministrazione Trump per un rapido allentamento della politica monetaria rischiano di innescare una spirale inflazionistica devastante. Secondo Dalio, se Kevin Warsh dovesse cedere alle lusinghe politiche e abbassare il costo del denaro subito dopo il suo insediamento, previsto per la metà di maggio, la mossa si rivelerebbe un errore fatale. “Certamente, non taglieresti i tassi di interesse adesso”, ha affermato Dalio. “La Federal Reserve perderebbe la sua credibilità, specialmente ora. Se si guardano le politiche monetarie di altri paesi, non li si vedrà tagliare”. Dalio si è spinto fino a criticare storicamente le esitazioni iniziali dell’ex presidente della Fed Paul Volcker, affermando che non avrebbe dovuto ridurre i tassi durante la crisi stagflazionistica degli anni Settanta.

Il peso della guerra globale e delle catene di approvvigionamento

A rendere il quadro ancora più complesso è l’impatto brutale della guerra in Iran sull’economia reale. Il conflitto ha portato al blocco dello Stretto di Hormuz, innescando quella che l’Agenzia Internazionale dell’Energia ha definito la più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato petrolifero. Le stime del settore indicano una perdita spaventosa di circa un miliardo di barili di produzione spingendo il prezzo della benzina negli Stati Uniti a sfondare la soglia psicologica dei 4 dollari al gallone.

Le ripercussioni, tuttavia, non si fermano al settore energetico ma paralizzano il mondo tech. Gli attacchi in Medio Oriente, in particolare al complesso petrolchimico saudita di Jubail, hanno bloccato la produzione di resine ad alta purezza fondamentali per i circuiti stampati (PCB). Nel solo mese di aprile, i prezzi di questi componenti essenziali sono schizzati del 40%, gonfiando i costi per la produzione di server destinati all’intelligenza artificiale e diffondendo l’inflazione nell’intero ecosistema digitale globale.

Il labirinto politico di Kevin Warsh

Mentre i fondamentali macroeconomici peggiorano, a Washington il percorso di conferma di Kevin Warsh procede in un clima istituzionale infuocato. Il voto decisivo della Commissione Bancaria del Senato è stato appena fissato per mercoledì 29 aprile. La svolta è arrivata solo in seguito a un vero e proprio baratto politico: il senatore repubblicano Thom Tillis ha ritirato il suo blocco procedurale sulla nomina dopo che il Dipartimento di Giustizia ha chiuso un’indagine penale contro l’attuale presidente della Fed, Jerome Powell.

Durante la sua audizione, Warsh ha dovuto affrontare il fuoco incrociato dei senatori Democratici. Elizabeth Warren lo ha esplicitamente accusato di essere pronto a recitare la parte del “burattino” nelle mani di Donald Trump. Warsh ha giurato fedeltà all’indipendenza dell’istituzione: “Non accetterò istruzioni da alcun funzionario eletto”, ha dichiarato solennemente, negando di aver promesso tagli dei tassi al Presidente durante i loro incontri privati. Ha inoltre dovuto fronteggiare lo sconcerto per il suo enorme patrimonio personale: per placare le polemiche, si è impegnato a disinvestire entro 90 giorni dal giuramento il suo portafoglio di criptovalute, valutato intorno ai 100 milioni di dollari.

L’illusione dell’IA e la fuga verso l’oro

Nonostante l’inflazione vischiosa, Warsh aveva precedentemente tentato di giustificare teoricamente la necessità di tassi più bassi cavalcando l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale. L’idea è che un imminente boom di produttività legato all’IA possa abbattere naturalmente i prezzi, replicando i successi dell’informatica di fine anni Novanta. È una tesi che viene però smontata dalla cruda realtà dei mercati odierni: l’infrastruttura per l’IA rappresenta attualmente un colossale shock di domanda che drena risorse mondiali, richiedendo capitali stimati in 3.000 miliardi di dollari entro il 2030 e infiammando i costi dell’energia.

Come devono posizionarsi gli investitori in una simile era di instabilità strutturale? La bussola tattica di Ray Dalio offre una direttiva precisa. Pur ammettendo che il forte rimbalzo dei mercati azionari può essere considerato “ragionevole” in virtù dei robusti utili aziendali e del “pricing power” delle grandi aziende capaci di scaricare l’inflazione sui consumatori il miliardario avverte dei gravissimi rischi all’orizzonte. La sua raccomandazione strategica rimane incrollabile: è fondamentale proteggere la propria ricchezza allocando strutturalmente tra il 5% e il 15% del portafoglio in oro fisico. In un mondo in cui la valuta è sotto scacco per colpa della stagflazione e dalle continue ingerenze politiche sulla Federal Reserve, l’oro torna a imporsi come l’ultimo, vero baluardo per la difesa del capitale

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