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Tregua USA-Iran in extremis: Trump riapre lo Stretto di Hormuz e crolla il petrolio. Ma Israele non si ferma in Libano

Apr 8, 2026 | Geo/Politica

Il mondo intero ha trattenuto il respiro, ma a pochissimo dalla scadenza di un drammatico ultimatum fissato per le 20:00 (ora della costa est americana), gli Stati Uniti e l’Iran hanno raggiunto uno storico, seppur fragile, cessate il fuoco della durata di due settimane. Il Presidente Donald Trump ha sospeso l’ordine di radere al suolo le infrastrutture civili ed elettriche iraniane, un attacco che lui stesso aveva in precedenza descritto sui social network come la fine di “un’intera civiltà”, in cambio della completa, immediata e sicura riapertura dello Stretto di Hormuz da parte di Teheran.

La marcia indietro della Casa Bianca chiude, almeno per i prossimi quattordici giorni, cinque settimane di sanguinoso conflitto innescato a fine febbraio dai raid di Stati Uniti e Israele in territorio iraniano. Nelle ore immediatamente precedenti all’accordo, il clima politico a Washington aveva raggiunto livelli di tensione critica. Le minacce pubbliche del Presidente avevano scatenato un vero e proprio sollevamento politico tra i Democratici: oltre 20 legislatori, affiancati da voci critiche repubblicane come Marjorie Taylor Greene, avevano invocato il 25° Emendamento, chiedendo al Gabinetto presidenziale di destituire Trump accusandolo di instabilità mentale e di voler deliberatamente commettere crimini di guerra e genocidio.

In un’America politicamente spaccata, la via d’uscita diplomatica è arrivata a sorpresa dall’Asia. Il salvataggio in extremis porta infatti la firma del Pakistan: il Primo Ministro Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito Asim Munir hanno mediato intensamente tra le parti, convincendo Trump a fermare le operazioni militari per dare spazio ai negoziati. L’accordo prevede l’avvio di colloqui di pace ufficiali a Islamabad a partire da venerdì 10 aprile. Dietro il successo pachistano si delinea però l’impronta della Cina: la diplomazia di Islamabad si è mossa in coordinamento con Pechino, promuovendo un’iniziativa di pace in cinque punti elaborata congiuntamente pochi giorni prima, incentrata sulla salvaguardia delle infrastrutture civili e delle rotte commerciali. Lo stesso Trump ha ammesso alla stampa di ritenere che sia stata l’influenza della Cina a spingere l’Iran al tavolo dei negoziati.

Più che la geopolitica, è stata l’emergenza economica a dettarne l’urgenza. Il blocco prolungato dello Stretto di Hormuz, un punto nevralgico marittimo da cui transita abitualmente un quinto delle forniture globali di petrolio, stava strangolando l’economia mondiale. Prima del cessate il fuoco, la paralisi logistica e la ridotta produzione dei paesi del Golfo avevano spinto i prezzi del greggio Brent alla cifra record di 126 dollari al barile. Oltre all’impatto diretto sull’energia, l’insicurezza delle acque aveva fatto esplodere i premi assicurativi marittimi, balzati dallo 0,25% fino al 3% del valore dell’imbarcazione per singolo transito: un rincaro del 1200% che aveva di fatto congelato il commercio nel Golfo.

L’annuncio della tregua, accompagnato dalla garanzia del governo iraniano di consentire il passaggio sicuro delle navi commerciali sotto la supervisione delle proprie forze armate, ha immediatamente innescato un gigantesco “rally di sollievo” sui mercati globali. Il greggio Brent ha subito un crollo di oltre il 15%, precipitando sotto la soglia psicologica dei 100 dollari. In parallelo, i principali listini azionari europei e di Wall Street hanno registrato forti rialzi (Dow Jones +2,18%, S&P 500 +2,40%) guidati dalla speranza di un alleggerimento dell’inflazione. Tuttavia, gli analisti finanziari invitano alla cautela: le catene di approvvigionamento e i premi assicurativi richiederanno tempo per normalizzarsi, mantenendo in vita i costi accessori legati al rischio geopolitico.

L’entusiasmo della Borsa rischia inoltre di frenare presto contro i macigni negoziali. Trump ha definito “fattibile” il piano di pace in 10 punti avanzato dall’Iran, ma le richieste di Teheran sono apparse tutt’altro che una resa. La Repubblica Islamica pretende la revoca incondizionata di tutte le sanzioni, il ritiro delle forze combattenti americane dalla regione, l’accettazione del proprio programma nucleare civile e il mantenimento della supervisione armata sullo Stretto di Hormuz, proponendo persino di applicare “tariffe di transito” alle navi straniere per finanziare la propria ricostruzione post-bellica.

Queste condizioni appaiono in contrasto con il piano in 15 punti precedentemente stilato dall’amministrazione statunitense, che invece imponeva all’Iran lo smantellamento delle capacità nucleari, l’azzeramento del supporto alle milizie alleate (come Hezbollah e Houthi) e l’assoluta libertà di navigazione a Hormuz.

Ma la vera falla della tregua si trova lungo il confine settentrionale di Israele. Mentre il premier pachistano Sharif aveva annunciato con ottimismo che il cessate il fuoco si sarebbe esteso “ovunque, compreso il Libano” , e Hezbollah aveva conseguentemente interrotto i propri attacchi in adeguamento all’accordo , il governo di Tel Aviv ha fermamente smentito questa versione. L’ufficio di Benjamin Netanyahu ha chiarito che Israele appoggia la tregua tra Washington e Teheran, ma che tale accordo “non include il Libano”. Confermando la propria posizione, le Forze di Difesa Israeliane hanno proseguito senza sosta i bombardamenti nel sud del Libano, imponendo nuove evacuazioni di civili.

Il mondo ha così guadagnato quattordici giorni di respiro. Tra il sollievo dei mercati e lo scetticismo degli addetti ai lavori, i delicatissimi colloqui di Islamabad determineranno se le prossime due settimane serviranno a costruire una pace duratura o se si riveleranno solo un breve intervallo prima di una nuova esplosione del conflitto.

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