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Nuova Delhi sfida la crisi globale: l’India torna al petrolio iraniano dopo 7 anni di stop

Apr 5, 2026 | Geo/Politica

Nel mezzo di quella che l’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE) ha definito “la più grande interruzione di fornitura nella storia del mercato globale”, l’India ha ufficialmente ripreso ad acquistare petrolio greggio dall’Iran. L’annuncio, diramato dal Ministero del Petrolio e del Gas Naturale (MoPNG) indiano, pone fine a un embargo “de facto” durato quasi sette anni, da quando, nel maggio 2019, l’amministrazione statunitense aveva azzerato le deroghe sulle sanzioni per colpire l’economia di Teheran.

La decisione della terza nazione al mondo per importazione di petrolio non è figlia di un calcolo puramente diplomatico, ma di una necessità di sopravvivenza. L’inizio dell’Operazione “Epic Fury” il 28 febbraio, la devastante campagna militare condotta da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, ha letteralmente paralizzato il Medio Oriente. La rappresaglia iraniana si è materializzata con la chiusura selettiva dello Stretto di Hormuz, uno snodo attraverso cui transita circa il 20% dell’offerta globale di greggio.

Questo blocco navale ha fatto schizzare le quotazioni del Brent a livelli di guardia, con picchi di oltre 120 dollari al barile. Colossi dell’estrazione del Golfo, come Arabia Saudita, Iraq e Kuwait, sono stati costretti a tagliare drasticamente la produzione e a dichiarare “forza maggiore” semplicemente perché le petroliere non potevano più uscire dallo Stretto per ritirare i carichi. Con i rifornimenti mediorientali (che storicamente coprono metà del fabbisogno del Paese) profondamente compromessi, Nuova Delhi aveva le spalle al muro.

Il giallo dei pagamenti e la deviazione delle navi

A confermare il ripristino dell’asse energetico è stato direttamente il Ministero del Petrolio indiano tramite la piattaforma X (ex Twitter). Con l’occasione, il governo ha voluto smentire categoricamente le voci di crescenti difficoltà finanziarie legate agli acquisti.

Nei giorni scorsi, la Ping Shun, una superpetroliera con 600.000 barili di greggio iraniano diretta al porto indiano di Vadinar nel Gujarat, aveva improvvisamente alterato la rotta, dirigendosi verso Dongying in Cina. Speculazioni di mercato avevano suggerito che le banche indiane, intimorite dalle sanzioni, non fossero state in grado di garantire le transazioni. Il MoPNG ha bollato tali ricostruzioni come “fattualmente incorrette”, dichiarando che “non vi è alcun ostacolo di pagamento per le importazioni di greggio iraniano”. Il ministero ha spiegato che nel commercio petrolifero globale, specialmente in tempo di guerra, i carichi vengono frequentemente deviati a metà viaggio per ottimizzare i profitti e rispondere alla volatilità dei prezzi. Fonti del settore indicano infatti che raffinerie cinesi indipendenti potrebbero aver offerto un sovrapprezzo per assicurarsi disperatamente il carico.

Ma come fa l’India a pagare l’Iran senza incappare nelle maglie dell’embargo finanziario occidentale? In passato, Nuova Delhi aveva aggirato il problema ingegnerizzando un geniale meccanismo di compensazione “Rupia-Rial” appoggiato a banche statali come la UCO Bank, permettendo così di regolare le transazioni fuori dall’orbita del dollaro americano. Questa scappatoia permetteva a Teheran di usare le rupie incassate per comprare dall’India beni non sanzionati, come cibo e farmaci.

La rinnovata alleanza commerciale non si limita al solo greggio. Il ministero ha confermato il successo delle operazioni di scarico della nave Sea Bird a Mangalore, portatrice di 44.000 tonnellate di GPL (gas di petrolio liquefatto) iraniano, essenziale per i consumi domestici indiani. È stata anche segnalata la navigazione sicura nello Stretto di Hormuz della nave battente bandiera indiana Green Sanvi, con oltre 46.000 tonnellate di GPL.

Questa “flessibilità commerciale” rivendicata dall’India è stata, paradossalmente, agevolata dagli stessi Stati Uniti. Di fronte al rischio di una catastrofica impennata dell’inflazione globale prima delle elezioni a novembre, l’amministrazione Trump ha dovuto rilasciare una deroga speciale (un “sanctions waiver”) di 30 giorni.

Il Segretario al Tesoro USA, Scott Bessent, ha concesso a paesi terzi la possibilità di scaricare liberamente fino al 19 aprile il petrolio iraniano già stivato in mare. Questa mossa mira a sbloccare circa 140 milioni di barili nel mercato globale. Bessent ha difeso la scelta: “Useremo i barili iraniani contro Teheran per mantenere i prezzi bassi mentre continuiamo l’Operazione Epic Fury”. Per Nuova Delhi, questo “salvacondotto” è stato ossigeno puro, arrivato poche settimane dopo un’analoga concessione americana sugli acquisti del petrolio russo.

Scudo economico in patria

Mentre i cargo solcano acque infestate da droni e missili, in patria il governo di Narendra Modi lotta per attutire lo shock. Per evitare che l’impennata globale si riversasse sulle stazioni di servizio infiammando l’inflazione, i prezzi di benzina e diesel in India sono stati bloccati per decreto. Per salvare le Oil Marketing Companies (OMC) dal collasso finanziario, a fine marzo il Ministero delle Finanze indiano ha drasticamente tagliato le accise statali, azzerando completamente quella sul diesel e riducendo quella sulla benzina a sole 3 rupie per litro.

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