Le conseguenze della guerra in Medio Oriente si abbattono sull’economia italiana. Dopo i mesi di cauto ottimismo seguiti alla storica promozione del rating sovrano a Baa2 dello scorso novembre, la doccia fredda arriva con l’ultimo aggiornamento di marzo 2026 da parte di Moody’s Ratings. L’agenzia statunitense ha infatti rivisto al ribasso le stime di crescita del Prodotto Interno Lordo (PIL) dell’Italia per l’anno in corso, abbassandole dallo 0,8% inizialmente previsto allo 0,7%. Contestualmente, le previsioni sull’inflazione subiscono un rincaro, passando dall’1,8% al 2,1%.
L’effetto a catena della crisi in Iran
La causa di questa frenata è chiara e diretta: l’escalation militare che coinvolge l’Iran e le pesanti ripercussioni sul commercio globale. Gli analisti di Moody’s precisano che questa correzione si basa su uno “scenario di base” che ipotizza un conflitto di durata “relativamente limitata nel tempo”. Se tale ipotesi dovesse trovare un rapido riscontro nella realtà geopolitica, l’economia italiana potrebbe tornare a respirare già dal prossimo anno: per il 2027, infatti, Moody’s prevede un PIL in recupero allo 0,8% e un’inflazione in rientro esattamente al target del 2%.

Tuttavia, il rischio di un prolungamento delle ostilità mette a rischio le prospettive industriali del Paese. L’Italia sconta un’esposizione elevatissima alle importazioni energetiche provenienti dal Golfo Persico. La crisi nello Stretto di Hormuz, un’arteria vitale per il transito globale di petrolio e Gas Naturale Liquefatto (GNL), minaccia di innescare un nuovo shock dell’offerta. Le stime dell’Istat confermano l’allarme, sottolineando come l’escalation in atto abbia già il potenziale per causare “effetti sistemici su crescita economica, occupazione e inflazione”, prefigurando una generale tendenza al ribasso per l’intera economia mondiale nel 2026.
I settori sotto pressione: dall’industria al turismo
L’impatto sull’economia reale è tangibile e rischia di assumere contorni allarmanti per il sistema produttivo. Le associazioni di categoria tracciano la mappa dei rischi: secondo la CNA, sono quasi 60 i miliardi di euro di esportazioni del “Made in Italy” diretti verso aree attualmente coinvolte in tensioni o conflitti armati.
Il rincaro dei noli marittimi e logistici, unito al balzo dei costi energetici, minaccia in primo luogo le filiere manifatturiere e i comparti industriali ad alto consumo di gas. Ma il contraccolpo colpisce duramente anche i servizi: il settore turistico italiano, fondamentale motore occupazionale, registra i primi ingenti danni. Assoviaggi stima che le tensioni internazionali, sfociate in diffuse cancellazioni e in un crollo del 20% delle vendite per le destinazioni a lungo raggio verso l’Asia e il Medio Oriente, siano già costate 100 milioni di euro di perdite alle agenzie di viaggio.
Debito pubblico e le proiezioni dell’OCSE
Il rallentamento della crescita complica notevolmente la gestione di una finanza pubblica storicamente gravata dal debito. Gli ultimi bollettini della Banca d’Italia certificano un debito delle amministrazioni pubbliche salito a gennaio 2026 alla cifra record di 3.112,3 miliardi di euro, in crescita di oltre 130 miliardi rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Nonostante Moody’s definisca il graduale percorso di consolidamento di bilancio italiano “credibile e realizzabile”, un PIL asfittico rende più arduo il controllo del rapporto debito/PIL, previsto comunque in rialzo fino al 138,4% nel biennio 2026-2027 per l’effetto dei crediti d’imposta edilizi, prima di intraprendere una parabola discendente.

A rendere il clima ancora più teso contribuiscono le contemporanee proiezioni dell’OCSE, che si spingono ben oltre la prudenza di Moody’s. Nell’ultimo Interim Economic Outlook, l’organizzazione parigina ha infatti tagliato le stime di crescita dell’Italia a un allarmante +0,4% per il 2026 e a un +0,6% per il 2027, prevedendo inoltre un’inflazione ben più aggressiva, attesa al 2,4% nell’anno in corso.
Questo severo aggiornamento delle coordinate macroeconomiche ha riacceso lo scontro politico. Solo pochi mesi prima, il Ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti aveva celebrato l’upgrade a Baa2 da parte di Moody’s definendolo “un’ulteriore conferma della ritrovata fiducia in questo governo”. Di fronte alle nuove criticità, Palazzo Chigi difende i fondamentali del lavoro e monitora la situazione internazionale , ma le opposizioni vanno all’attacco. Il Partito Democratico ha bollato come “fallimentari” le politiche economiche dell’esecutivo: il senatore Antonio Misiani ha denunciato che, senza le risorse strutturali del PNRR, l’Italia si troverebbe già in profonda recessione, criticando misure percepite come incapaci di incidere sulla debolezza della domanda interna.
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza si conferma, dunque, l’ultimo vero argine contro il declino. Moody’s stessa riconosce che l’Italia è leader europeo nell’attuazione del Piano, ma ribadisce l’urgenza di “ulteriori interventi politici a sostegno della crescita” oltre l’orizzonte del 2026. Senza una nuova politica industriale e un reale scatto di produttività, il rischio è che lo shock geopolitico mediorientale logori in modo permanente un’economia che viaggia sul filo del rasoio.




