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Dietrofront di Trump sull’Iran: il folle crollo e rimbalzo di oro e argento in una giornata storica per i mercati

Mar 24, 2026 | MacroEconomia

I mercati delle materie prime hanno vissuto ieri una delle sedute più volatili di sempre. Sospesi tra le mille news di una guerra energetica totale in Medio Oriente, gli investitori hanno assistito a un paradosso finanziario senza precedenti: il crollo verticale dei beni rifugio per eccellenza, oro e argento, seguito da una resurrezione altrettanto violenta innescata da un inaspettato annuncio social del Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump.

L’ultimatum e l’inizio del panico

Per comprendere la follia della seduta di ieri, è necessario fare un passo indietro al fine settimana. Il Presidente Trump aveva lanciato un ultimatum categorico di 48 ore a Teheran: o l’Iran avesse riaperto “completamente” lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo, o le forze armate statunitensi avrebbero raso al suolo le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche della Repubblica Islamica. Alla scadenza dell’ultimatum, fissata per le prime ore di lunedì, i mercati asiatici ed europei hanno aperto in preda al terrore.

Il timore di un’imminente distruzione degli impianti iraniani, con la conseguente ritorsione di Teheran sulle infrastrutture dei Paesi del Golfo, aveva fatto presagire un catastrofico shock petrolifero globale. Questa prospettiva ha innescato una massiccia ondata di vendite sui mercati azionari e un brutale sell-off sui titoli di Stato europei e americani, guidato dall’aspettativa di una nuova fiammata inflazionistica che avrebbe azzerato le speranze di tagli dei tassi di interesse nel 2026.

Solitamente, lo scoppio di una guerra spinge gli investitori a comprare oro, ma in questo momento sta accadendo l’esatto opposto. Nonostante l’oro fosse già sceso di oltre il 15% dall’inizio del conflitto, nelle prime ore di contrattazione a Londra, l’oro spot è precipitato di un ulteriore 8%, sfiorando i 4.100 dollari l’oncia, il livello più basso registrato in tutto il 2026. Il crollo segnava il culmine della peggiore settimana per il metallo giallo dagli anni Ottanta. L’argento ha subito una sorte persino peggiore, registrando perdite superiori al 10% e sprofondando verso i 61 dollari l’oncia.

Dietro questo crollo controintuitivo si celava una grave crisi di liquidità. Di fronte alle massicce perdite subite sui mercati azionari e obbligazionari, i grandi fondi d’investimento hanno subito le cosiddette “margin calls” (chiamate a margine), che li hanno costretti a lanciare una disperata “corsa al contante”. L’oro e l’argento, uniche asset class che ancora garantivano ampi margini di profitto, sono stati liquidati in massa per coprire i buchi altrove. Come sottolineato dagli analisti di Citigroup, in quel frangente l’oro è stato scambiato puramente come un “asset di rischio pro-ciclico”, penalizzato anche dal fatto che i massicci acquisti dei mesi precedenti lo avevano reso un’operazione eccessivamente affollata. A questo si è aggiunta l’ipotesi di massicce vendite da parte delle banche centrali, costrette a smobilizzare le riserve auree per reperire dollari e pagare un petrolio sempre più caro.

Il tweet di Trump e il rimbalzo

La mattinata di sangue si è interrotta bruscamente all’apertura di Wall Street. Con un messaggio pubblicato sul suo social network Truth Social, Donald Trump ha fermato i piani di attacco promessi. Il Presidente ha annunciato di aver ordinato al Dipartimento della Guerra di sospendere “qualsiasi attacco militare contro le centrali elettriche e le infrastrutture energetiche iraniane per un periodo di cinque giorni”.

La motivazione dietro questo clamoroso dietrofront? L’apertura di un canale diplomatico. Trump ha dichiarato che Stati Uniti e Iran hanno avuto “conversazioni molto buone e produttive” e che la Repubblica Islamica “vuole disperatamente fare un accordo”. Parlando con i giornalisti, il tycoon ha precisato che l’obiettivo dell’accordo è scongiurare una volta per tutte la minaccia atomica: “Non vogliamo vedere nessuna bomba nucleare, nessuna arma nucleare. Nemmeno lontanamente”.

La notizia di una tregua, seppur vincolata a una strettissima finestra di cinque giorni, ha agito come una liberazione per i mercati. I contratti futures sul petrolio sono collassati: il Brent è crollato del 9% ritracciando a 103 dollari al barile, mentre il WTI ha perso anch’esso il 9%, scivolando a 89 dollari. Il crollo dell’energia ha raffreddato immediatamente il panico da inflazione, permettendo ai mercati azionari di spiccare il volo. L’indice europeo Morningstar Europe è passato da un -2% iniziale a una chiusura in positivo dell’1,5%, mentre a New York l’S&P 500 ha guadagnato l’1,4% e i titoli tecnologici hanno trainato il Nasdaq 100 in rialzo dell’1,7%. Titoli chiave nel settore dei semiconduttori, come Broadcom e Nvidia, hanno registrato decisi rally.

Senza più la pressione del “dash for cash”, i metalli preziosi sono esplosi al rialzo, dando vita a uno dei recuperi intraday più imponenti della storia. Il futures sull’oro (COMEX) ha recuperato l’incredibile cifra di 437 dollari per oncia dal minimo mattutino, risalendo fino a 4.537 dollari e chiudendo la giornata con perdite minime. Anche l’argento ha messo a segno una rimonta spettacolare, recuperando circa 10 dollari dai minimi (61,21 dollari) per riportarsi sopra quota 71 dollari l’oncia.

Una pace precaria

Mentre Wall Street festeggiava il pericolo scampato, da Teheran arrivavano però segnali contrastanti. I media statali iraniani e figure di spicco del parlamento hanno negato categoricamente che vi siano stati incontri diplomatici con gli Stati Uniti, definendo le dichiarazioni di Trump un pretesto per “sfuggire dal pantano” mediorientale.

Nonostante le smentite di rito, il mercato ha scelto di prezzare la de-escalation americana. Tuttavia, il sollievo potrebbe avere una data di scadenza molto breve. I cinque giorni concessi da Washington scorrono veloci, e le probabilità di risolvere anni di tensioni in meno di una settimana lavorativa sembrano esigue. L’oro e l’argento hanno dimostrato la loro estrema sensibilità alle dichiarazioni della Casa Bianca: la volatilità è destinata a rimanere l’unica vera certezza in un mercato che continua a danzare sull’orlo del baratro.

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